Negli ultimi anni circolano liste e meme che lodano la resilienza dei nati negli anni 60 e 70. Spesso finiscono per suonare come una lode nostalgica e vuota. Ma se si scava un po piú a fondo si scopre che non si tratta solo di ritratti affettuosi: certe condizioni sociali e cognitive di quel periodo hanno effettivamente favorito lo sviluppo di competenze emotive misurabili e riconoscibili, competenze che oggi appaiono meno diffuse. Questo articolo non intende santificare una generazione né condannare le altre. Voglio invece provare a spiegare perché psicologi e osservatori contemporanei parlano di forze emotive che sembrano diventate rare e come capirle ci aiuta a non perdere le parti utili del passato.
Un contesto che forma l’anima
La vita quotidiana di chi è cresciuto negli anni 60 e 70 era fatta di ritmi meno digitali e più materiali. Non significa che fosse semplice o migliore in assoluto. Significa però che certe esperienze ricorrenti — attese lunghe, responsabilità domestiche precoci, interazioni reali ripetute — erano parte della scuola di vita. Quelle esperienze hanno costruito una serie di risposte emotive che oggi, in un ambiente progettato per ridurre ogni attrito, non si sviluppano automaticamente.
Non tutte le virtù sono etichettabili
Parlare di “forze emotive” non è lo stesso che fare un catalogo di buoni comportamenti. Alcuni tratti erano il risultato di pratiche educative discutibili. Altri invece sono il frutto involontario di situazioni che oggi vediamo solo attraverso il filtro del tempo. Vale la pena separare il giudizio morale dal riconoscimento psicologico: resistere all’impulso di reagire immediatamente e saper aspettare non è sempre eroico, ma resta una capacità utile.
Quali sono queste forze emotive e perché contano
Tra le qualità che ricorrono più spesso negli scritti degli osservatori attuali troviamo la tolleranza alla frustrazione, la pazienza per orizzonti temporali lunghi, una forte percezione di controllo interno, la capacità di risolvere problemi pratici senza ricorrere a soluzioni immediate e un modo diverso di gestire la dimensione sociale. Nessuna di queste è esclusiva dei nati in quegli anni ma la loro prevalenza era più alta perché il contesto la favoriva.
Una maggiore internità del locus of control è collegata a esiti più positivi nella vita e nella salute mentale. Questo non vuol dire che il mondo passato fosse migliore ma che alcune esperienze formative rinforzano la sensazione di agentivitá.
Stephen Nowicki Ph.D Professore di psicologia Emory University
La frase qui sopra non è un attestato di superiorità. È invece una chiave per capire come le circostanze modellano il carattere. Quando la vita quotidiana richiede di contare su se stessi, su piccole competenze pratiche e su scelte che non vengono validate immediatamente da un pubblico, si costruisce un senso di efficacia personale che resiste meglio agli urti.
Perché questi tratti sembrano rari oggi
Viviamo in un ambiente che riduce attriti e aumenta feedback immediati. La tecnologia semplifica la ricerca, accelera l’accesso alle ricompense e riorganizza le relazioni sociali. Questi cambiamenti non sono di per sé negativi ma alterano le occasioni in cui si esercitano determinate competenze. Se non ti mettono spesso nella condizione di attendere, di risolvere senza cercare istruzioni, o di affrontare la frustrazione, è probabile che quel muscolo emotivo non si sviluppi pienamente.
Quel che i numeri non dicono ma il sentir comune sì
Molti studi guardano a meccanismi come il locus of control la tolleranza alla frustrazione e la regolazione emotiva. I dati mostrano tendenze ma non raccontano l’intera storia dell’identità generazionale. Ci sono famiglie contemporanee che insegnano pazienza meglio di molte famiglie degli anni 70. Ci sono persone nate in quegli anni che non si sono mai confrontate con responsabilità reali. La narrazione popolare però coglie una verità pratica: esistono modelli culturali favorevoli allo sviluppo di certe competenze e quegli anni ne offrivano di più.
Osservazioni personali
Ho notato che chi ha fatto esperienza diretta di piccoli fallimenti ripetuti tende a reagire con meno panico ai problemi quotidiani. Non è una formula magica ma è un effetto che vedo spesso nella pratica. Non confondere la durezza con la salute emotiva. La forza che mi interessa è la capacità di continuare a funzionare e a decidere anche dopo il dolore o la delusione, non il sopprimere i sentimenti.
Cosa non spiegare completamente
Non spiego qui come ricreare automaticamente quelle condizioni nel mondo attuale. Alcune soluzioni sono praticabili altre rimangono aperte. Questo è il punto: certe competenze si imparano col tempo e con l’occasione di praticarle. Non esiste un corso rapido o una ricetta universale. Ma riconoscerne il valore aiuta a cercare modi credibili per coltivarle oggi.
Qualche idea che non è un manuale
Si possono pensare spazi di pratica intenzionale: giorni senza feedback istantaneo, piccoli progetti risolutivi senza aiuti esterni, responsabilità domestiche condivise che non vengono delegate. Tutto questo rischia di suonare prescrittivo. È invece solo un suggerimento di dove si allenano certe abilità. Non è necessario tornare indietro ma si può imparare a conservare il meglio.
Chi vince davvero con questa conoscenza
Non è una gara tra generazioni. Chi beneficia di capire queste dinamiche è chi vuole più autonomia emotiva e meno reattivitá. In contesti lavorativi, familiari o creativi, la capacità di tollerare incertezza e di affrontare problemi senza fuga immediata è utile. Chi governa istituzioni educative o formazione professionale dovrebbe considerare come creare opportunitá reali di esercizio di queste competenze.
Una nota di cautela
Non tutto ciò che cresce in un ambiente duro è sano. Alcune pratiche del passato hanno trasmesso repressione emotiva e silenzi nocivi. Il punto non è romanticizzare il passato ma selezionarne gli elementi che promuovono autonomia e capacità di reggere la vita senza violare dignità e apertura emotiva.
Conclusione provvisoria
I nati negli anni 60 e 70 spesso mostrano tratti che oggi appaiono rari perché i loro contesti formativi favorivano certe esperienze. Riconoscerlo non significa idealizzare. Significa prendere spunto per costruire occasioni dove quelle competenze possano ancora impararsi. Se vogliamo meno fragilità collettiva, non basta criticare la tecnologia. Serve progettare ambienti che restituiscano il tempo e la responsabilità necessari a forgiare resistenza emotiva.
Tabella riassuntiva
| Forza emotiva | Origine prevalente | Perché oggi è meno comune |
|---|---|---|
| Tolleranza alla frustrazione | Attese lunghe e scarse soluzioni immediate | Ambiente digitale che elimina attriti |
| Internal locus of control | Responsabilità precoci e problem solving pratico | Maggiore dipendenza da supporti esterni e servizi |
| Capacità di attenzione prolungata | Attività senza stimoli continui | Promozione di microinterazioni e distrazioni |
| Capacità di fare con poco | Cultura del riuso e della riparazione | Modello consumistico di sostituzione |
FAQ
1 Che cosa intende la psicologia per locus of control e perché è rilevante qui
Il locus of control è la percezione di quanto gli eventi dipendano dalle proprie azioni piuttosto che da forze esterne. È rilevante perché una forte internità favorisce scelte proattive e una minore tendenza alla vittimizzazione. Questo non risolve tutto ma aiuta a mantenere uno sguardo operativo sulle difficoltà.
2 Significa che i giovani di oggi sono piú fragili per natura
No. Le differenze osservate sono in larga misura il risultato di condizioni storiche e ambientali. Le generazioni più giovani possono sviluppare le stesse competenze se hanno opportunità diverse. Il termine fragile è troppo semplificato per una questione che riguarda risorse formative e contesti di vita.
3 Si possono insegnare queste abilità a qualunque età
Sì ma con limiti. Alcune competenze si consolidano meglio se esercitate ripetutamente nel tempo. Un adulto può comunque aumentare la propria tolleranza alla frustrazione, la capacità di pianificare e la sensazione di controllo attraverso pratiche deliberate e ambienti che richiedono esercizio. Non è immediato né garantito ma è possibile.
4 Cosa non è utile fare se voglio coltivare queste qualità
Non serve forzare la nostalgia o imitare rigidamente pratiche del passato che erano dannose. Evitare trasformazioni rapide attuabili solo come pose. È più utile creare esercizi concreti che richiedano responsabilità, ridurre l’accesso costante al sollievo digitale e incentivare attività che comportino risultati tangibili conseguiti con impegno.
5 Esistono rischi nel voler recuperare queste forze emotive
Sì. Il rischio è idealizzare metodi che comportavano anche repressione emotiva o esclusione. È importante bilanciare lo sviluppo della capacità di reggere la vita con attenzione alla salute mentale e all’apertura emotiva. Non sono opposti ma devono coesistere.
6 Come riconoscere in una persona queste competenze senza caderne in stereotipi
Osserva come risponde a piccoli stress quotidiani e come gestisce frustrazione e fallimento pratico. La capacità di pianificare a medio termine, di cercare soluzioni prima di delegare e la stabilità nelle relazioni sono segnali concreti. Evita giudizi basati sull’età o sull’apparenza e cerca esempi concreti di comportamento.
Il panorama resta aperto e in movimento. Capire queste dinamiche non dà una ricetta definitiva ma amplia la nostra capacità di scegliere che cosa conservare e che cosa migliorare nelle pratiche educative e sociali contemporanee.

