Cosa succede quando la generazione cresciuta senza notifiche digitali entra in una stanza di Zoom piena di quarantenni e ventenni iperstimolati? Succede che molti osservatori sentono un tipo di calma che non si vede più spesso. Non è nostalgia sterile. È un insieme di abilità emotive che, dicono diversi psicologi, si è formato per via di condizioni sociali precise e che oggi appare meno comune. Questo articolo non è una celebrazione nostalgica né un messaggio morale facile. È una riflessione pratica su cosa possiamo imparare da chi è nato negli anni 60 e 70 e su cosa non ha senso idealizzare.
Un ritratto non patinato
Gli anni 60 e 70 non sono stati un Eden. Ci sono state crisi economiche, guerre e rigidità sociali. Però quelle decadi hanno prodotto routine e abitudini quotidiane che allenavano la mente in modi diversi rispetto all’era degli smartphone. La maggior parte degli articoli riga l’elenco delle cosiddette virtù vintage. Io voglio scavare un poco di più e dire anche dove questi pregi possono diventare trappole se non vengono aggiornati al contesto odierno.
Attenzione prolungata e noia fruttuosa
Prima di tutto la capacità di attenzione prolungata. Crescere con meno stimoli esterni significava dover occupare il tempo in altro modo. Non sto dicendo che fosse meglio. Dico che la mente si allenava a sostenere l’attenzione senza strumenti artificiali. Questa è una risorsa incredibile in lavori che richiedono profondità e in momenti della vita che richiedono presenza. Spesso vedo persone nate negli anni 60 che riescono a leggere pagine complesse, a risolvere problemi che richiedono pazienza, e a tollerare la frustrazione di compiti lunghi senza cercare sollievo immediato.
Però attenzione. L’abitudine a resistere al disagio può trasformarsi in una difficoltà a chiedere aiuto. Alcuni di questi individui hanno imparato a sopportare troppo a lungo piuttosto che cercare supporto. Non è eroismo, è solo un comportamento appreso che a volte va aggiornato.
Autonomia pratica e ‘arrangiarsi’
Un altro tratto: il saper fare con poco. Riparare piuttosto che buttare, cucinare con avanzi, organizzare il tempo senza app. Questo porta a resilienza pratica. Vedo spesso nelle cucine di chi è cresciuto in quegli anni una capacità di improvvisare che è mano d’opera cognitiva: inventare soluzioni veloci, adattarsi alle risorse limitate, risolvere imprevisti senza panico.
Mi piace questa cosa perché la trovo utile nella vita quotidiana. Ma non è una panacea. L’effetto collaterale è che chi ha questo retroterra può essere poco incline a delegare e a costruire reti di aiuto. In contesti complessi la competenza pratica va integrata con la capacità di collaborare.
Regolazione emotiva senza spettacolo
Forse la parte più interessante riguarda l’emotività. L’educazione emotiva di molte famiglie di quegli anni non includeva il racconto continuo del proprio stato d’animo online. Non perché fosse sbagliato, ma perché la cultura comunicativa era diversa. Questo ha portato molti a sviluppare una regolazione emotiva che non dipendeva dal feed del consenso sociale.
“Distress tolerance and emotion regulation are skills that often develop through ordinary life experiences rather than therapy alone.”
Marsha M. Linehan. Professor Emeritus Department of Psychology University of Washington.
La citazione qui non serve a chiudere la questione. Serve a ricordare che alcune abilità non sono nate in un laboratorio ma nella ripetizione quotidiana di piccole frizioni: il ritardo del treno, la discussione in famiglia, il dover portare a termine un compito nonostante la stanchezza. Chi è cresciuto in quegli anni ha spesso una maggiore tolleranza allo stress ‘normale’ e una capacità di non trasformare ogni disagio in emergenza.
Questo è un vantaggio nell’era delle crisi continue. Ma attenzione a un falso mito: non significa insensibilità emotiva. Spesso è proprio il contrario. È la capacità di sentire senza collassare, mentre molti di noi oggi oscillano tra emotività esposta e evitamento digitale.
Conflitto faccia a faccia e segnali non verbali
Un punto sottovalutato: leggere il corpo e la tensione delle stanze. Chi ha affrontato più dialoghi diretti e meno messaggistica ha allenato una specie di radar sociale. Sa cogliere pause, sguardi, sottili cambiamenti di tono che la comunicazione testuale spesso nasconde. Questo porta a una risoluzione di conflitti più diretta e spesso meno drammatica. Ma, e c’è un ma, la stessa competenza può diventare giudicante verso chi comunica in modo diverso.
Non è una categoria monolitica
Serve dirlo: non tutte le persone nate negli anni 60 e 70 condividono queste caratteristiche. Classe sociale, genere, appartenenza culturale, traumi e condizioni di vita hanno fatto la differenza. Quello che si osserva, però, sono pattern emergenti. Non è destino genetico. È plasticità: certi ambienti creano certi modi di pensare e sentire.
Personalmente trovo che la retorica del ‘una volta era meglio’ sia spesso un rifugio. Privilegiamo invece l’idea utile che alcune strategie mentali del passato possano essere riadattate e insegnate oggi. Nessuno vuole tornare indietro; conviene scegliere cosa recuperare.
Come dialogare intergenerazionalmente
Se vuoi davvero capire una persona più grande la cosa migliore è non metterla subito sulla difensiva. Chiedere come ha risolto problemi pratici. Ascoltare senza commentare. Sul serio. Non fare paragoni moralistici. E se sei tu che provi invidia per certe qualità, invece di cercare scorciatoie digitali prova ad allenarle. Piccoli esercizi reali funzionano: più attesa, meno risposta immediata, dialoghi lunghi senza multitasking.
Questo non è un programma di autoaiuto dettagliato. È un invito: leggere il presente attraverso strumenti che la storia recente ci ha lasciato. Alcune di queste abilità sono rare ma non misteriose. Sono pratiche, ripetitive e apprendibili.
Sguardo critico finale
Io non idealizzo. So che la cultura di quel tempo escludeva molte voci e che la forza emotiva può nascondere ferite non riconosciute. Ma trovo che la discussione sia utile se ci allontaniamo da giudizi semplici. Recuperare l’arte di tollerare l’attesa, di mettere le mani sulle cose, di parlare guardandosi in faccia, di non aver bisogno di approvazione continua potrebbe rendere la nostra vita quotidiana meno fragile. E non lo dico come rimpianto. Lo dico come scelta pratica.
Alla fine la posta in gioco non è chi ha ragione tra generazioni. È quale mix di pratiche vogliamo coltivare per affrontare il presente. Alcune risposte sono tecniche, altre sono gesti modesti. Qualcosa come preparare un pasto senza guardare lo smartphone e vedere cosa succede nella conversazione può essere un primo esperimento. Non è eroico. È solo esercizio.
Tabella riassuntiva
Forza emotiva: tolleranza allo stress quotidiano e regolazione emotiva.
Attenzione: capacità di mantenere attenzione prolungata senza distrazioni digitali.
Autonomia pratica: saper improvvisare, riparare e arrangiarsi con risorse limitate.
Comunicazione faccia a faccia: lettura dei segnali non verbali e risoluzione diretta dei conflitti.
Limitazioni: rischio di rifiutare aiuto, difficoltà a delegare, possibili ferite non viste.
FAQ
Chi sono le persone citate come esempio in questo pezzo?
Si parla in generale di chi è nato tra gli anni 60 e 70, un gruppo eterogeneo che include persone con storie molto diverse. L’articolo esplora pattern comportamentali ricorrenti osservati in contesti clinici e sociologici senza generalizzare a ogni singola persona.
Queste competenze possono essere insegnate oggi?
Sì. Molte di queste abilità derivano da abitudini quotidiane e possono essere esercitate con pratiche intenzionali. Lavorare sulla capacità di tollerare l’attesa, praticare conversazioni senza multitasking e affrontare piccoli disagi senza cercare un sollievo immediato sono esempi concreti di esercizi ripetibili.
Non è pericoloso descrivere una generazione come più forte emotivamente?
Etichettare interi gruppi è sempre rischioso. Il punto qui non è creare gerarchie morali tra generazioni ma riconoscere che certi contesti storici favoriscono l’apprendimento di abilità specifiche. È utile osservare questi pattern con spirito critico, evitando la semplificazione.
Come usare queste informazioni nelle relazioni quotidiane?
Nel dialogo con persone nate in quegli anni conviene mostrare rispetto per l’esperienza pratica che spesso portano. Allo stesso tempo si può chiedere come si sono adattate ai cambiamenti recenti. Il confronto può essere una palestra di apprendimento reciproco piuttosto che una zona di scontro.
Esistono rischi psicologici legati alla retorica della resilienza vintage?
Certamente. Celebrarla senza considerare i traumi, le disuguaglianze e le violenze che molte persone hanno subito in quegli anni sarebbe miope. La resilienza non è solo una virtù personale ma anche il risultato di contesti che possono essere ingiusti. Serve equilibrio critico.

