La prossima volta che ti senti incerto in una conversazione prova a non sputare altre parole per riempire il silenzio. Pronuncia invece una frase breve e straniera alla maggior parte degli interlocutori italiani. Did that make sense. Sembra banale eppure quella domanda contiene una torsione psicologica che pochi riconoscono. In questo pezzo spiego perché chiedere Did that make sense è spesso un segnale di sicurezza e non di insicurezza. Non è un mantra terapeutico e non è una tecnica di vendita ruvida. È uno strumento sociale che mette in gioco autorità, cura e strategia comunicativa.
Un gesto piccolo con effetti sproporzionati
Nel parlare pubblico e nelle conversazioni quotidiane noto una tendenza comune. Quando qualcuno teme di aver detto qualcosa di confuso tende a raddoppiare, spiegare, giustificare. Il risultato è una perdita di presa sul discorso. Chiedere Did that make sense interrompe questo circolo vizioso. Funziona come un punto di controllo: non presume colpe, non implora approvazione, chiede verifica. In termini relazionali è un invito a collaborare alla costruzione del senso anziché un’ammissione di fragilità.
Autorità che ascolta
La forza di quella domanda sta nella sua doppia promessa. Promette che chi parla mantiene la leadership della conversazione ma promette anche apertura. Non è un errore di performance; è una scelta di postura. Quando la domanda è posta con calma la metacomunicazione è chiara: io so dove voglio arrivare, ma scelgo di allinearmi con te. Questo ribalta la dinamica gerarchica pur conservando responsabilità e direzione.
Non fidarti delle sensazioni: la conferma distribuisce potere
Molte persone hanno l’istinto di difendere il proprio argomento quando percepiscono disallineamento. Eppure chiedere Did that make sense trasferisce il potere cognitivo sul tavolo, lo rende condiviso. Chi risponde non è più un giudice passivo ma diventa cooperatore. Il vantaggio pratico è immediato: ottieni feedback reale e veloce invece di rimanere nel dubbio su come il tuo messaggio è stato ricevuto.
Osservazione personale
A volte, durante un incontro, ho ascoltato manager che interrompevano per correggere o per mettere in mostra competenze. In quei momenti la conversazione si irrigidiva. Una volta ho provato a lasciare la parola aperta e a chiudere con Did that make sense. Il risultato non è stato solo chiarezza ma una partecipazione più autentica. Non succede sempre, non è una bacchetta magica, ma ripetutamente ho visto la conversazione migliorare.
Perché non è un segnale di debolezza
La confusione spesso viene scambiata per vulnerabilità. Ma domandare Did that make sense non è ammettere incompetenza. E piuttosto un atto di responsabilità comunicativa. È la differenza tra chi predica dall’alto e chi guida portando gli altri con sé. Quando lo fai dimostri controllo sul contenuto e gestione della relazione. Non stai chiedendo perdono per un messaggio mal formulato, stai chiedendo allineamento.
Quando la domanda può tradire insicurezza
Non tutte le versioni della domanda funzionano. Se viene ripetuta in modo ansioso o accompagnata da un montaggio di scuse perde il suo valore. Se pronunciate come rimedio automatico diventano piombo retorico. La differenza sta nell’intenzione e nel tono. L’intenzione è autoritativa e inclusiva, il tono è misurato.
That is the secret to peaceful coexistence.
La frase di Julian Treasure non parla di didattica esplicita ma descrive il cuore del gesto. Reflection e validation non sono fuochi di scena; sono ciò che rende le conversazioni sopportabili e produttive. Quando domandi se qualcosa ha senso, pratichi la riflessione e la validazione che Treasure considera fondamentali.
Un vantaggio inatteso: previene il rimorso retorico
Nel tempo ho notato che le persone che non cercano verifiche spesso tornano mentalmente a correggere il loro discorso. Quel rimorso retorico può generare ansia e indebolire performance future. Chiedere Did that make sense crea una traccia di responsabilità esterna. Se la conversazione va male lo saprai subito e potrai aggiustare rotta. Se non lo fai, la tua mente costruirà scenari peggiori e finirai per auto-sabotarti.
Una variante pratica
Prova a usare la domanda in due tempi. Primo tempo una verifica aperta Did that make sense. Se la risposta è negativa chiedi una domanda di dettaglio What part should I clarify. Questo sposta l’attenzione dalle emozioni alle informazioni. Lo vedo funzionare spesso nelle riunioni miste dove la paura di esporsi è alta.
Per i leader: la misura della sicurezza comunicativa
Misuro in modo semplice la capacità comunicativa di un leader osservando quante volte interrompe e quante volte chiede conferma. Chi interrompe di frequente mostra bisogno di controllo. Chi chiede conferma mostra capacità di coordinamento. Entrambe le posture hanno valore ma la seconda facilita l’apprendimento collettivo. Questo non significa che il leader sia meno autorevole. Anzi l’autorevolezza diventa più fragile se non cè allineamento: l’autorità senza comprensione è fragile.
Un paradosso da accettare
Se sei abituato a considerare la domanda come un segnale di debolezza, aspettati resistenza. Alcune culture aziendali interpretano la verifica come ammissione di incertezza. La sfida è culturale e personale. Cambiare questa interpretazione richiede tempo e piccoli atti ripetuti. Non succederà con un foglio informativo o un corso di formazione. Succede quando un numero sufficiente di persone smette di confondere disponibilità con fragilità.
Quando evitare la domanda
Non è sempre il caso di chiederlo. In situazioni di crisi dove serve decisione immediata la verifica prolungata può essere dannosa. In contesti dove il rapporto è già solido e i ruoli sono chiari la domanda può apparire superflua. L’intuizione su quando usarla è parte della competenza comunicativa che si costruisce con la pratica e con l’errore.
Conclusione incompleta
Chiedere Did that make sense non ti garantisce rispetto istantaneo ma ti consegna uno strumento potente per costruirlo. È un gesto che mette al centro il senso condiviso e che, se usato con misura, rende le conversazioni meno fragili e più produttive. Non è il solo modo per essere convincenti ma è uno dei più sottovalutati. Provalo con attenzione. Vedi cosa succede. Non aspettarti miracoli ma preparati a vedere spostamenti.
Tabella di sintesi
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Chiedere Did that make sense | Favorisce allineamento e responsabilità comunicativa |
| Autorità che ascolta | Conserva leadership senza imporre |
| Previene rimorso retorico | Riduce lansia post conversazione e migliora performance future |
| Non sempre adatta | In emergenze o contesti consolidati può essere superflua o rallentante |
FAQ
La domanda Did that make sense è adatta in ogni lingua e cultura?
Non in tutte le culture la stessa formula ha lo stesso effetto. In contesti dove l’autorità si esprime per tradizione con monologhi la domanda può essere vista come debolezza. Tuttavia la funzione sottostante della domanda che è ottenere verifica e partecipazione è universale. Conviene adattare la forma alle consuetudini linguistiche e al tono del gruppo. Lingrediente chiave rimane limplicità e lintenzione non ladesione formale alla frase inglese.
Qual è il miglior tono per porre la domanda?
Misurato, composto e privo di ansia. Evita di far seguire alla domanda una sequenza di scuse o spiegazioni. Lascia il tempo per la risposta. Se lavi subito la domanda con un flusso verbale dimostri che non volevi davvero allineamento. Il silenzio dopo la domanda è spesso utile e informativo.
Come posso insegnare questa pratica in azienda?
Inizia con esercizi pratici nelle riunioni: stabilisci una regola che alla fine di ogni intervento breve ci sia una verifica di chiarezza. Non trasformarla in rituale ipocrita. Valuta i risultati e incentiva le persone che la usano bene. Più che un tool la domanda diventa segnale culturale quando viene adottata da figure con visibilità e responsabilità.
Cosa fare se la risposta è stata negativa?
Non giustificare. Chiedi quale parte non è chiara. Offri un esempio o chiedi allaltro di riassumere con altre parole. Il punto non è difendere il tuo argomento ma riconoscere dove il significato non è passato e correggere senza perdere la direzione. Questo passaggio è dove si costruisce fiducia autentica.

