Non è soltanto un luogo comune che le persone nate negli anni 60 e 70 sembrino avere una maggiore capacità a reggere la pressione. Cè qualcosa di misurabile e allo stesso tempo profondamente culturale dietro quella calma che a volte irrita e altre volte rassicura i più giovani. In questo pezzo provo a combinare dati, osservazioni personali e qualche ipotesi non banale per capire perché chi è cresciuto in quel decennio oggi gestisce lo stress con una peculiare attitudine.
Un contesto formativo che non esiste più
Chi ha passato linfanzia e ladolescenza tra gli anni 60 e 70 ha vissuto transizioni economiche e sociali forti ma anche ritmi e aspettative differente rispetto ad oggi. Le risorse tecnologiche non erano istantanee. Le reti erano fisiche. Le famiglie si confrontavano con problemi concreti e spesso collettivi. Questo non vuol dire che fosse tutto rose e fiori. Vuol dire però che molte abilità di regolazione emotiva si sono costruite in un ambiente dove linconveniente era normale e la pianificazione a lungo termine era una necessità quotidiana.
Abitudini mentali e tolleranza dellincertezza
Un tratto che emerge spesso nelle interviste con persone di quella generazione è la capacità di tollerare un grado più alto di incertezza pratica. Non parlo della romantica accettazione poetica dei problemi. Parlo di una pratica ripetuta: aspettare risultati, rimandare un acquisto, ricomporre un preventivo senza app. Questa ripetizione forma una muscolatura mentale. Chi la possiede tende a non reagire ogni volta con panico agli stimoli stressanti.
La cultura della riparazione e dellautoreliance
Non è nostalgia quando qualcuno racconta di come riparava la lavatrice o imparava a montare un mobile con i propri genitori. Cè una cultura pratica. La riparazione insegna due lezioni psicologiche potenti. La prima è che molti problemi hanno soluzioni progressive e non sempre immediate. La seconda è che il fallimento temporaneo non è la fine. Questo atteggiamento influenza la reazione allo stress: si valuta il problema, si interviene con risorse disponibili e si accetta che serva tempo.
Dr Maria Lira de la Rosa Psychologist University of Madrid People who practiced problem solving in tangible contexts during youth develop a different stress narrative compared with those raised in a mediated convenience environment.
La citazione sopra non è un aforisma universale. È però utile per comprendere che i fattori ambientali della crescita lasciano tracce nel modo in cui affrontiamo crisi quotidiane.
Socialità faccia a faccia versus comunicazione mediata
Le generazioni nate negli anni 60 e 70 spesso hanno un repertorio più ampio di abilità nelle interazioni faccia a faccia. Si discuteva di persona. Si negoziava. Si faceva squadra sul quartiere, sul lavoro. Queste esperienze costruiscono competenze di lettura sociale e di regolazione emotiva che non dipendono dallo schermo, e che sono cruciali quando lo stress arriva e serve capire con chi condividerlo o da chi cercare aiuto.
Una parola su vergogna e resilienza
In molte famiglie di quellepoca esisteva una narrativa che incoraggiava a non mostrare la fragilità. Questo può aver prodotto anche effetti negativi consistenti e non dobbiamo banalizzarli. Tuttavia, quel silenzio ha talvolta forgiato la capacità di affrontare il problema senza linstante sollievo del sostegno digitale. La resilienza che ne deriva non è sempre sana. Spesso è una resilienza che costa e che richiede attenzione per non trasformarsi in isolamento cronico.
Esperienze storiche e memoria collettiva
Le persone nate negli anni 60 e 70 hanno vissuto eventi storici che oggi sembrano lontani ma che hanno segnato la percezione del rischio e la convenzione sociale di cosa sia lincertezza. Proteste politiche, crisi energetiche, cambiamenti economici che implicavano aggiustamenti rapidi. Queste esperienze non sono solo ricordi. Sono modelli operativi interni che dicono come reagire quando qualcosa cambia improvvisamente.
Biologia sociale e pratiche quotidiane
Non bisogna sottovalutare la dimensione biologica. Abitudini consolidate come sonno meno interrotto da notifiche, pasti presi insieme, attività fisica quotidiana involontaria e tempi di decompressione dalla giornata contribuiscono a un assetto basale meno reattivo allo stress. Questo non è un panacea. È un insieme di comportamenti che abbassano il livello di allerta cronica e permettono di rispondere con più lucidità agli eventi acuti.
Perché non è tutta genetica
Non sto dicendo che la generazione sia una categoria rigida né che esista un gene della calma. La spiegazione è fondamentalmente di contesto e di pratica. Se sei esposto per decenni a un certo modo di vivere e a certe modalità di relazione, la tua mente e il tuo corpo imparano a reagire diversamente.
Non sto difendendo il passato acriticamente
Se cè una parte di me che sospetta la retorica del tutto era meglio allora è perché vedo i costi del modello. Lideale di una generazione che «tiene tutto dentro» può nascondere traumi non risolti. La capacità di gestire lo stress non deve diventare una scusa per non creare spazi di supporto. Critico la mitologia delleroe stoico quando giustifica la mancanza di cure o supporti reali.
Implicazioni pratiche e suggerimenti non prescrittivi
Se cè qualcosa da prendere come lezione è che certe pratiche formative sono riproducibili. Insegnare a giovani e adulti la pazienza operativa la riparazione pratica e la comunicazione in presenza può aumentare la capacità collettiva di governare lo stress. Non è magia. È allenamento. E come tutti gli allenamenti non serve una formula miracolosa ma la ripetizione di azioni semplici nel tempo.
Riflessione finale
La spiegazione di perché chi è nato negli anni 60 e 70 gestisce meglio lo stress è plurale. È fatta di contesto storico di pratiche quotidiane di norme sociali e di abilità costruite nel tempo. È anche una spiegazione che non deve essere usata per idealizzare il passato né per colpevolizzare le nuove generazioni. È un invito a osservare cosa funziona e a decidere cosa conservare e cosa cambiare.
Tabella riassuntiva
| Fattore | Descrizione |
|---|---|
| Contesto pratico | Esperienze formative che richiedevano pianificazione e attesa. |
| Cultura della riparazione | Abilità manuali e solving concreti che insegnano progressività nella soluzione dei problemi. |
| Socialità faccia a faccia | Interazioni personali che favoriscono lettura sociale e sostegno reale. |
| Routine biologiche | Abitudini quotidiane che riducono liperattivazione fisiologica. |
| Memoria storica | Eventi collettivi che modellano aspettative e risposte al rischio. |
FAQ
1 Chi sono esattamente le persone nate negli anni 60 e 70 in questo testo.
Nel pezzo mi riferisco a persone nate approssimativamente tra il 1960 e il 1979. È una definizione ampia e volutamente generica perché lobiettivo è osservare tendenze culturali e pratiche comuni non tratteggiare soggetti singoli. Allinterno di questi anni ci sono molte differenze individuali e sociali.
2 Questo significa che i giovani di oggi non possono sviluppare la stessa resistenza.
Assolutamente no. La capacità di reggere lo stress è allenabile. Alcune pratiche dei decenni scorsi possono essere deliberate e adattate ai contesti attuali. Limportante è separare labilità dalla retorica che giustifica comportamenti dannosi come il non chiedere aiuto.
3 Le differenze generazionali sono solo culturali o anche biologiche.
Le differenze discusse sono principalmente culturali e comportamentali con riflessi sulla fisiologia attraverso abitudini e stili di vita. Non sto sostenendo variazioni genetiche tra generazioni. Più precisamente il mondo che abitano modifica il modo in cui i corpi e le menti rispondono allo stress.
4 Ci sono esperti che confermano queste osservazioni.
Sì ci sono psicologi e ricercatori che osservano come contesti di sviluppo diversi producano differenti strategie di coping. Tuttavia la letteratura è complessa e non riduce tutto a una sola causa. Le spiegazioni migliori sono multidimensionali e richiedono attenzione ai fattori socioeconomici e storici.
5 Questo articolo suggerisce di tornare indietro nel tempo.
Non è un invito alla regressione. È una proposta pratica: osservare, selezionare e riadattare pratiche utili. Non tutte le abitudini del passato vanno replicate. Alcune però possono essere trasformate in buone abitudini contemporanee.

