Perché chi è nato negli anni 60 e 70 sa chi è senza social media

Non è nostalgia sterile né superiorità morale. È una forma di conoscenza costruita con altri materiali rispetto al feed infinito. Chi è nato negli anni 60 e 70 porta dentro un atlas di esperienze che non si è formato a colpi di like e di storie effimere. Non lo dico per dare lezioni. Lo dico perché l ho visto, l ho vissuto e perché molte delle persone che conosco hanno una confidenza con se stesse che oggi appare strana e persino sospetta ai più giovani.

Identità come artigianato e non come profilo

Nelle generazioni nate tra il 1960 e il 1979 l identità non era un oggetto confezionato per l audience ma un lavoro pratico. Si imparava chi si era per prova ed errore in scenari che non offrivano rewind o filtro. Le professioni erano più stagionali nella testa e nella pratica. Le amicizie duravano perché non erano misurate con una metrica, ma attraverso litigi, prestiti di cassette, traslochi e visite a casa. Oggi sembra un racconto retrò, ma quella ripetizione quotidiana costruiva una mappa mentale del sé. Non era perfetta. Era spesso contraddittoria. Proprio per questo resistente.

La fatica del riconoscimento

Imparare a essere qualcuno richiedeva tempo e cose materiali: una lettera, una riparazione della moto, la telefonata lontana. Quelle operazioni lasciavano tracce difficili da cancellare: persone che ti cercavano nei momenti giusti, ricordi che si riaffacciavano e ti rimettevano a posto. Se guardi una generazione in cui la memoria non è delegata a un algoritmo, capisci che l identità è meno performativa e più sedimentata. Non dico che sia migliore in termini assoluti. Dico che è diversa e spesso più coerente.

Memoria sociale e controllo narrativo

L assenza di social media significava anche meno tentazione di affinare la versione di se stessi per l audience. Il controllo narrativo era collettivo e lento. Le famiglie, i vicini, i colleghi e la comunità religiosa o di quartiere costruivano intorno a te una cornice che non potevi aggiornare con un post alle 2 del mattino. Questo non toglie che ci fossero finzioni e maschere. Ma quelle maschere costavano: perdere un reputazione in paese voleva dire perdere occasioni durature e quindi si imparava una prudenza inconsapevole.

Un esempio che conta

Quando parlo con persone nate nei 60 e nei 70 mi raccontano episodi che sembrano banali ma che spiegano molto: la maestra che nominava il nome davanti alla classe, il vicino che ti prestava il giornale e poi ti chiedeva conto di una scelta, il lavoro estivo che ti obbligava a riconoscere i limiti. Queste piccole pressioni ripetute formano il senso del sé. Non sono regole esatte. Sono texture emotive che oggi spesso mancano.

Vera edizione della voce interiore

Non sto idealizzando. Ci sono anche limiti: più pudore, meno confronto pubblico, meno possibilità di riparazione. Ma qui sta la differenza che pochi riconoscono. Per chi è nato in quegli anni la voce interiore è spesso una voce appresa nel dialogo continuo con persone reali e non con una platea digitale. È una voce che sa cosa pesa e cosa no perché è stata messa alla prova nel mondo reale. Questo genera una curiosa stabilità: non l immutabilità per principio, ma la pazienza di aspettare che le cose si chiariscano senza accelerare la narrazione per guadagnare un applauso online.

Non tutti resistono

Va detto: molti hanno ceduto alle dinamiche moderne. Alcuni si sono trovati a ricostruire la propria immagine grazie a social. Altri hanno deciso di non farlo e non per principio ma per pigrizia o indifferenza. La mia opinione è che la profondità senza performance è una pratica che richiede allenamento e non una colpa nata dalla generazione. È un esercizio che può essere recuperato e insegnato.

Un pensiero degli esperti

“The internet enables us to express with greater extravagance parts of ourselves sometimes with benefits and sometimes with costs.”

Sherry Turkle Abby Rockefeller Mauzé Professor of the Social Studies of Science and Technology Massachusetts Institute of Technology.

Questa osservazione di Sherry Turkle non è una condanna totale del digitale. È un riconoscimento che gli strumenti modellano i modi in cui ci raccontiamo e ci ascoltiamo. Se la piattaforma premia scorci e scintille, la dominanza di queste forme trasforma ciò che riteniamo importante.

Perché questo genera fiducia e non solamente resistenza

La fiducia di cui parlo è pragmatica. È data dal fatto che ci si è confrontati con conseguenze reali e non solo con metriche. Questo insegna a scegliere priorità vere e a sopportare ambiguità. È la capacità di restare con una domanda senza trasformarla immediatamente in post. È la pazienza di sbucciare una questione senza aspettarsi un verdict istantaneo. E contrariamente a quello che pensano molti nativi digitali non è conservatorismo sociale. È pratica relazionale.

Un limite necessario

Non tutto è roseo. Ci sono anche difetti: a volte chi è cresciuto in quel periodo mostra resistenze al cambiamento che sfiorano l ottusità. Questo capita soprattutto quando l esperienza personale viene scambiata per legge universale. Ma il vero punto è capire come riconoscere quel patrimonio e renderlo dialogante con il presente senza fossilizzarlo.

Conclusione aperta

Posso essere di parte. Ho amici e parenti che incarnano questo modo di essere e hanno difetti e qualità. Non credo che la superiorità sia di nessuno. Credo però che il modo in cui una generazione costruisce la propria identità abbia effetti concreti sulla capacità di affrontare l incertezza e la lunghezza delle relazioni. Se siete curiosi provate un esperimento semplice: passate due ore senza cercare conferme esterne e osservate cosa scoprite di voi stessi. Non garantisco risposte facili. Garantisco che la pratica cambia la percezione.

La nostra sfida collettiva non è tornare indietro ma coltivare strumenti che permettano la profondità. E magari imparare da chi negli anni 60 e 70 ha sperimentato, sbagliato e infine costruito una bussola personale che non dipende da un algoritmo.

Tabella riassuntiva

TemaPunto chiave
Formazione dell identitàCostruita attraverso esperienze reali e ripetute non tramite esposizione mediatica.
Memoria socialeLa comunità e gli scambi concreti fungevano da specchio e da freno.
VantaggiMaggiore coerenza percepita e capacità di sopportare ambiguità.
LimitiPossibile resistenza al cambiamento e ricorso a norme generazionali come assiomi.
Riflessione praticaProvare periodi di disconnessione e ascolto rende più consapevoli.

FAQ

1. Chi sono gli anni 60 e 70 esattamente?

Quando parlo di persone nate negli anni 60 e 70 mi riferisco a chi è nato tra il 1960 e il 1979. È un arco di tempo che include generazioni con esperienze formative comuni come il passaggio all età adulta negli anni 80 e 90 e l ingresso nel mondo del lavoro prima della diffusione capillare di internet e dei social network. Questo contesto storico ha influito sulle modalità di costruzione dell identità.

2. Questo significa che i giovani non hanno identità solide?

No. I giovani costruiscono identità altrettanto complesse ma con materiali diversi. Le piattaforme digitali offrono opportunità di esplorazione e visibilità che possono accelerare la scoperta di sé. Il punto qui è che la qualità e il tipo di consolidamento sono differenti. Una non esclude l altra ma hanno costi e benefici diversi.

3. Ci sono pratiche utili che le generazioni più anziane possono insegnare?

Sì. Tra le pratiche utili ci sono la pazienza nella costruzione delle relazioni, la capacità di tollerare l ambiguità e l abitudine a parlare di persona quando possibile. Sono pratiche che non richiedono rifiuto del digitale ma piuttosto equilibrio. Insegnare come posticipare il giudizio e coltivare il dialogo profondo sono competenze trasversali.

4. Le tecnologie odierne possono ricreare quelle condizioni formative?

In parte sì. Alcuni strumenti progettati con intenzionalità possono favorire la riflessione, la memorizzazione di contesti e la responsabilità reciproca. Occorre però progettare piattaforme che premiano l attenzione più che la reazione rapida. Questo è un lavoro politico e tecnico che richiede scelte deliberate da parte di designer e policy maker.

5. Come può chi è nato negli anni 60 e 70 dialogare con i più giovani su questo tema?

Con umiltà e curiosità. Raccontare esperienze senza pretendere che siano universali, ascoltare e provare a capire i rischi e le opportunità percepite dai più giovani. Il dialogo funziona se non diventa caccia alle colpe ma scambio di pratiche.

6. È davvero utile smettere di cercare conferme esterne?

Non è una regola morale ma un esercizio. Ridurre la dipendenza dalle conferme esterne per brevi periodi permette di verificare la solidità delle proprie convinzioni e di recuperare la soglia di attenzione. È un allenamento come leggere un libro lungo invece che consumare highlights.

Author

  • Antonio Romano is a seasoned professional cook and the owner of Ristorante Pizzeria Dell’Ulivo in Mugnano del Cardinale. He has spent years working daily in a commercial kitchen, mastering every aspect of Italian cooking. His expertise spans traditional pizza making, classic Campanian dishes, and regional Italian specialties, with a deep understanding of ingredient selection, handling, and pairing.

    In addition to cooking techniques, Antonio is highly experienced in kitchen workflow and efficiency, including food storage, preservation, and organization. He knows how to maximize freshness, reduce waste, and maintain ingredients at peak quality — skills that are essential both in a professional kitchen and at home. Through this knowledge, he shares practical tips and tricks for storing vegetables, cheeses, meats, and dry goods, teaching readers how to extend shelf life, maintain flavor, and prepare ingredients safely and efficiently.

    Antonio’s approach goes beyond simply creating recipes. He emphasizes smart cooking practices, from prepping ingredients ahead of time to mastering storage techniques that save both time and money. He helps home cooks understand how to balance freshness, flavor, and convenience, making everyday cooking easier, more enjoyable, and more reliable.

    Through this website, Antonio brings decades of professional experience to a home-cook audience, offering hands-on recipes, kitchen hacks, and storage advice. His goal is to help anyone, whether beginner or experienced, cook with confidence, preserve ingredients effectively, and create flavorful, stress-free meals.

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