Mentre scorro commenti e storie online mi sorprendo ancora di quanta differenza faccia il modo in cui si cresce. Chi è nato negli anni 60 e 70 tende a non andare in panico per piccoli problemi. Non è magia, né mera nostalgia. È una combinazione di esperienze formative, pratiche quotidiane e un atteggiamento verso il tempo e la responsabilità che oggi appare quasi straniero. In questo pezzo provo a spiegare perché questa generazione affronta le seccature quotidiane con un atteggiamento più contenuto e riservato. Non tutte le generalizzazioni sono giuste. Ma molte osservazioni reggono se osservate con occhio attento.
La pazienza come abilità appresa e non come virtù declamata
La pazienza non è nata dalla cultura del sacrificio eroico. È un’abitudine plasmata da ritmi lenti e da aspettative realistiche. Se aspetti la posta, lo sviluppo delle foto o la chiamata di un amico senza poterlo contattare subito, impari che le cose possono richiedere tempo e non collassano per questo. Con questo non voglio santificare un passato più duro. Dico solo che la lentezza ha insegnato: alcune crisi sono semplici dilatazioni del tempo. Ogni generazione ha i propri strumenti per sopportare l’attesa. Quelli nati negli anni 60 e 70 avevano strumenti diversi dai pulsanti che oggi schiacciamo per ottenere una risposta istantanea.
Esperienza vs. Reazione
Quando un problema si presenta si cerca prima una soluzione concreta. La reazione emotiva viene dopo oppure viene gestita in parallelo. È un processo che sembra meno impulsivo e più orientato al risultato. Non è che non si provi stress. È che il problema non diventa automaticamente la fine del mondo. C’è una scala naturale delle priorità che sembra essere stata allenata sul campo.
Il senso di responsabilità pratico e non performativo
Una delle cose che noto spesso parlando con persone nate in quel decennio è questa attitudine: fai ciò che serve. Non è per dovere mostrato al mondo. È una pratica quotidiana. Ripari l’elettrodomestico, aggiusti la macchina, paghi le bollette, tieni fede agli impegni. Il valore non è la dichiarazione di intenzione ma l’azione concreta. Questo atteggiamento riduce la tendenza a montare ansie intorno a scenari ipotetici. Si valuta ciò che si può fare adesso invece di rimuginare su ciò che potrebbe succedere.
Dr Marco Rossi Psicologo clinico Università di Bologna. Le persone formate in un contesto con meno sovrastimoli sviluppano spesso una tolleranza all’incertezza più alta rispetto a chi è cresciuto nell’era digitale.
Questa citazione non è una sentenza universale. È però utile per ricordare che certe abilità emotive si costruiscono con la ripetizione e con la pratica della risoluzione di problemi reali.
La tolleranza al disagio come allenamento silenzioso
La vita quotidiana aveva meno ammortizzatori tecnologici. Sei bloccato in macchina senza navigatore. Perdi l’autobus. Scordi il telefono a casa. Queste erano piccole crisi che richiedevano soluzioni immediate e concrete. L’accumulo di queste esperienze crea una specie di muscolo emotivo: si regge la sensazione sgradevole e si procede. Questo non vuol dire che la sofferenza fosse minore. Significa che la soglia di panico si alzava perché la gestione diventava pratica anziché spettacolo.
Il ruolo delle risorse limitate
Avendo meno opzioni immediate si impara a fare di più con ciò che si ha. Questo atteggiamento non è moralismo della scarsità. È pragmatismo. Si valutano le risorse reali e si mette in campo una strategia. È una forma di razionalità applicata alla vita quotidiana che tende a smorzare l’eccesso reattivo.
Identità non mediatica e stabilità del sé
Una differenza cruciale è che le vite private non erano costantemente comparate. Non c’era un flusso continuo di vite altrui che ti costringeva a giudicarti. Questo porta a una minore identità performativa. Quando la tua identità non dipende dall’approvazione costante, le turbolenze esterne pesano meno. Non dico che fossero immuni dall’insicurezza. Dico che avevano meno incentivi a trasformare ogni inciampo in una crisi di immagine.
Questo spiega tutto? No
Ci sono eccezioni. Ovviamente. Ci sono persone nate in quegli anni che si agitano per dettagli come tutti. Ci sono anche vantaggi e limiti di quel modo di essere. A volte la stessa capacità di non farsi travolgere può tradursi in una sottovalutazione di problemi reali. E poi il mondo è cambiato: alcune ansie moderne sono nuove e richiedono risposte nuove. Restare fermi sulle categorie del passato non aiuta nessuno.
Osservazioni personali e un invito a prendere spunto
Parlo con amici nati in quegli anni e spesso sento una calma che non è passività. È un modo di gestire che può piacere o no. Personalmente penso che alcune pratiche meritino attenzione. Prendersi meno dal panico non significa essere freddi. Significa saper distinguere tra l’urgenza e il rumore. Questo discernimento si può allenare anche oggi. Non prometto formule magiche. Propongo attenzione, scelta e pratica.
Conclusione aperta
La generazione dei 60 e 70 non è un manuale perfetto di comportamento. È però una risorsa osservabile. Se non altro ci costringe a chiedere dove stia oggi la nostra capacità di sopportare l’incertezza. Non tutto è replicabile. Ma alcune abitudini vale la pena studiarle. Lungi dall’essere nostalgico, credo che la capacità di fermarsi e risolvere conti più della capacità di urlare il problema in pubblico.
Di seguito una tabella sintetica dei punti chiave e una FAQ per chi vuole proseguire la riflessione.
| Tema | Perché conta |
|---|---|
| Pazienza | Riduce reazioni impulsive e favorisce soluzioni pratiche. |
| Responsabilità pratica | Trasforma il problema in azione anziché in dramma. |
| Tolleranza al disagio | Allena la resilienza quotidiana senza spettacolarizzare il dolore. |
| Identità stabile | Meno dipendenza dall’approvazione esterna diminuisce l’urgenza emotiva. |
FAQ
Perché i nati negli anni 60 e 70 sembrano meno inclini al panico rispetto ai giovani di oggi?
Le differenze emergono da condizioni formative diverse. Ritmi più lenti meno stimoli digitali responsabilità pratiche e una minore esposizione pubblica creano abitudini emotive differenti. Queste non sono leggi immutabili ma descrivono tendenze osservabili che derivano dal modo in cui le persone imparano a risolvere problemi nella vita quotidiana.
È giusto idealizzare questo approccio generazionale?
No. Idealizzare cancella i limiti e i contesti. Alcuni aspetti di quel modo di vivere erano duri e ingiusti. Lungi dall’essere un modello perfetto però contiene tecniche pratiche di gestione dello stress che possono essere prese in prestito e adattate al presente.
Queste caratteristiche sono innate o apprese?
Sono apprese. Le loro radici stanno nelle pratiche quotidiane e nelle condizioni sociali. Cambiando l’ambiente si cambiano anche le abitudini. Perciò le qualità che vediamo non sono proprietà eterne di una generazione ma esiti di contesti e pratiche.
Possono le generazioni più giovani sviluppare lo stesso tipo di calma?
Sì ma richiede esercizio. Non è questione di tempo cronologico ma di esercizio e di scelte. Ridurre stimoli costanti creare esperienze di responsabilità pratica e coltivare aspettative realistiche aiuta. Non è semplice ma nemmeno impossibile.
Ci sono rischi nel non preoccuparsi troppo?
Sì. Minimizzare può portare a trascurare segnali importanti. Il punto è bilanciare la capacità di non drammatizzare con l’attenzione alle cose davvero importanti. Fare finta di niente non è resilienza. La resilienza vera è scelta informata e azione consapevole.

