Spesso si immagina la motivazione come una benzina che va rabboccata ogni mattina. Per le generazioni nate negli anni 60 e 70 questa immagine è fuorviante e un po inutile. Ho visto decine di amici e conoscenti di quella fascia di età vivere con ritmi che oggi sembrano paradossali: lavorano, si fermano, ripartono senza il bisogno di un mantra quotidiano o di un promemoria dall app. Non dico che siano immuni alla stanchezza o alle crisi. Dico che la loro relazione con la spinta interna è diversa e spesso più profonda di quanto i guru della produttività vogliano farci credere.
Una motricità diversa
Chi è cresciuto tra gli anni 60 e 70 ha passato l età adulta in una fase di transizione tecnologica e culturale che ha modellato abitudini robuste. Lavori senza computer onnipresenti, una maggiore frammentazione del tempo libero e una diversa percezione della carriera hanno creato schemi ripetuti e affidabili. Per molti la motivazione non è un motorino che si accende a comando, ma un regime termico: non esplode, ma mantiene una temperatura.
Non è freddezza. È esperienza
Il fatto che una persona di questa generazione non canti ogni mattina il suo obiettivo non significa che non abbia scopi. Significa che ha affinato strumenti meno vistosi: disciplina applicata, abitudini consolidate, priorità selezionate. Questi strumenti funzionano anche quando la scintilla emotiva manca. La motivazione intermittente è stata sostituita da una praticità che sa distinguere tra il necessario e il superfluo.
La nozione moderna di motivazione come esigenza patologica
Ciò che oggi viene venduto come mancanza di motivazione spesso è solo impazienza. La società digitale ha accelerato i tempi di gratificazione: tutto deve essere visibile, misurabile, e soprattutto performante in tempo reale. Per le persone nate negli anni 60 e 70 questa frenetica urgenza sembra uno spettacolo esterno. Preferiscono lavorare su progetti che durano, con tempi di maturazione più lunghi, e non hanno bisogno di feed quotidiani che confermino il loro valore.
Una verità poco popolare
Mettere la parola motivazione al centro impone una narrativa individualista che in realtà non funziona per tutti. La mia posizione è netta: non bisogna confondere l assenza di ostentazione con la mancanza di impegno. Anzi ritengo che la retorica continua sulla necessità di motivational content abbia svuotato di significato il concetto stesso di lavoro quotidiano.
Il valore dell abitudine radicata
La generazione dei 60 e 70 ha imparato per necessità a costruire routine. Le abitudini non sono sexy ma sono più efficaci di qualsiasi discorso ispirazionale. Una routine è un motore silenzioso che non richiede applausi esterni per funzionare. L abitudine protegge dal crollo motivazionale perché riduce la variabilità decisionale: quando fai meno scelte vuote consumi meno risorse mentali.
Un esempio personale
Ho un amico nato nel 1968 che ogni mattina esce a camminare prima di fare colazione. Non lo fa perché ha bisogno di una playlist motivazionale. Lo fa perché quella camminata è parte del suo tessuto quotidiano. Incontri la sua determinazione quando serve davvero e non ti accorgi mai del lungo lavoro che c è dietro finché non salta un giorno. Allora capisci quanto la stabilità sia una forma di motivazione che non si dichiara.
Quando la motivazione serve davvero
Non sto negando il ruolo della spinta emotiva. Ci sono momenti di svolta in cui la scintilla è necessaria: cambiare lavoro, affrontare una perdita, inventare qualcosa di nuovo. Ma la frequenza di questi eventi è sovrastimata nel marketing della motivazione. Per la maggior parte della vita adulta la disciplina strutturata e la scelta consapevole rimpiazzano la necessità di un continuo incoraggiamento esterno.
Grit is passion and perseverance for very long term goals. Grit is having stamina. Grit is sticking with your future day in day out Grit is living life like it s a marathon not a sprint.
Questa osservazione di Angela Duckworth ci aiuta a mettere in prospettiva la differenza tra impulso e resistenza. Non tutti vivono la resilienza come un episodio dramamtico. Per alcuni è solo una routine lunga decenni.
Alternative alla motivazione costante
Propongo un orientamento pratico: riconoscere il valore delle microstrutture. Non si tratta di disciplinare la volontà con colpevolizzazione. Si tratta di mettere in fila piccoli atti che diventano grandi risultati. A volte meno emozione e più preparazione tecnica producono risultati migliori. È un opinione non neutra: credo che la nostra cultura contemporanea sopravvaluti la spinta emotiva a scapito della tecnica e questo danneggia chi ha meno visibilità.
Un rischio da evitare
Il rischio è confondere assenza di rumore motivazionale con rassegnazione. Non è così. Spesso dietro quel silenzio ci sono scelte chiare e un investimento strategico che si manifesta nel tempo. Non ho tutte le risposte. Alcune domande però vanno fatte più spesso: perché sentiamo il bisogno di gridare la nostra motivazione? A chi giova questa rappresentazione permanente di sé?
Conclusione aperta
Non dico che le generazioni nate negli anni 60 e 70 siano un modello da imitare in ogni aspetto. Dico però che il loro rapporto con la motivazione merita rispetto e comprensione. Non sempre serve una canzone o un video virale. Spesso serve un sistema che tiene. Dobbiamo smettere di vedere il bisogno di motivazione come un deficit individuale e iniziare a riconoscere le strutture che permettono alle persone di vivere e lavorare senza spettacolo permanente.
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Disciplina radicata | Produce consistenza senza clamore. |
| Routine come motore | Riduce il consumo decisionale e protegge dall esaurimento. |
| Motivazione episodica | Serve nei cambiamenti radicali ma non per il quotidiano. |
| Valore dell esperienza | La storia personale costruisce resilienza non appariscente. |
FAQ
Perché molte persone nate negli anni 60 e 70 sembrano meno bisognose di motivazione?
Perché hanno sviluppato abitudini e schemi di vita quando la rapidità digitale era minore. Questo ha incentivato la costruzione di routine solide. Non è una regola universale ma una tendenza osservabile: meno ricerca di gratificazione immediata e più investimento in pratiche ripetute. Inoltre la storia lavorativa di quella generazione spesso prevedeva ruoli con aspettative di lungo termine che hanno forgiato pazienza e resilienza praticata.
La mancanza di pubblica ostentazione della motivazione equivale a soddisfazione?
Non necessariamente. Talvolta dietro un atteggiamento riservato ci sono frustrazioni. Ma spesso la riservatezza è frutto di una priorità diversa: non misurare il valore in like o applausi. Le soddisfazioni ci sono e sono misurate con altri parametri: stabilità familiare, senso del dovere, risultati concreti nel tempo.
In che modo la società dovrebbe cambiare il modo in cui parla di motivazione?
Dovrebbe smettere di trattarla come un indicatore morale e riposizionarla come uno strumento contestuale. Non tutta la vita richiede una carica emotiva quotidiana. Riconoscere la legittimità delle routine e valorizzare le competenze pratiche è un primo passo. Bisognerebbe anche ridurre la pressione di performare la propria motivazione come se fosse un prodotto da vendere.
Le abitudini possono essere insegnate alle nuove generazioni?
Sì e no. Possono essere trasmesse per esempio attraverso esempi concreti e piccoli vincoli ambientali che favoriscono la ripetizione. Però non si impartiscono come dogmi. È utile creare contesti dove la ripetizione sia vantaggiosa e dove il valore del lavoro lungo termine sia visibile. La sfida è rendere attraente ciò che non è spettacolare.

