Negli ultimi tempi sento spesso dire che la forza emotiva è diventata un prodotto da scaffale. Basta una copertina lucida e qualche esercizio ripetuto per sentirsi più forti. Non sono d’accordo. Se guardi alla vita reale degli anni 60 e 70 trovi una lezione diversa, meno confezionata e più dura: la forza si imparava per inerzia, per esigenze, per errori che non avevano ancora la comodità di una spiegazione pronta.
Un apprendimento per attrito
Non c’erano manuali, ma c’erano momenti che costavano qualcosa. Quando dico attrito non parlo di metafore consolatorie. Intendo il tempo di attesa per una riparazione, il ritorno a casa con i pantaloni strappati, la necessità di trovare una soluzione al problema senza chiamare qualcuno. Quel ritmo, ripetuto quotidianamente, costruiva un certo tipo di nervo interiore: non ero immune al dolore, ero abituato a conviverci.
La pratica del limite
Ricordo ancora la sensazione strana di dover aspettare il treno senza distrazioni. Oggi sembra strano dirlo, ma la capacità di tollerare l’attesa e la frustrazione è qualcosa che si esercita. Non era un esercizio consapevole, era necessità. Quel genere di temperamento non si compra, si consuma e si rinnova in piccoli gesti quotidiani.
La socialità concreta come palestra emotiva
Le relazioni negli anni 60 e 70 si consumavano a voce e in presenza. Le discussioni erano visibili, le scuse dovevano essere dette guardando negli occhi, gli sbagli pesavano perché restavano impressi nel viso dell’altro. Questa socialità non era più gentile di oggi, era più onesta in termini di impatto emotivo: imparavi il confine tra ciò che si dice e ciò che si può dimenticare, e imparavi a misurare il peso delle parole.
Il confronto senza filtri
Non dico che non ci fossero violenze verbali o ingiustizie. Dico che il confronto in presenza costringeva a una forma di responsabilità emotiva che lo schermo annulla. Si sviluppavano nervi per portare certe conversazioni, per resistere al giudizio immediato. Oggi molte dinamiche si spostano dietro tastiere: è comodo, ma facile da osservare quanto questo cambi la qualità della nostra pratica emotiva.
Il valore della riparazione
Uno degli aspetti meno raccontati dalle pagine instagram riguarda la riparazione. Negli anni 70 si riparava la giacca, si aggiustava la bicicletta, si imparava a sistemare. Questo processo innestava due cose: fiducia nella propria capacità di intervenire e la consapevolezza che le cose migliorano con imprecisione e pazienza. La riparazione era pratica e morale insieme. Era la lezione che nulla si perde senza prima provare a sistemarlo.
Prendere confidenza con il limite
La capacità di accettare un risultato imperfetto e di considerarlo comunque sufficiente per andare avanti è una misura di forza che molto raramente appare nelle liste delle tecniche motivazionali. È un esercizio di realismo. Non è incoraggiante in senso patinato, ma dà stabilità.
Un parere che conta
“The arrival of the smartphone has radically changed every aspect of teenagers’ lives, from the nature of their social interactions to their mental health.” Jean M. Twenge Professor of Psychology San Diego State University.
Questa affermazione di Jean Twenge non è una condanna totale della modernità. È una registrazione di come una tecnologia cambi il tessuto delle esperienze e insieme la palestra emotiva che un tempo si costruiva quasi inavvertitamente. Non significa che prima fosse tutto meglio ma che il modo in cui ci si allenava alla vita era diverso.
Perché oggi dovremmo guardare indietro senza nostalgia
Il rischio è sempre la mitologia. Io non dico che gli anni 60 e 70 fossero il paradiso delle emozioni. Dico però che quei decenni hanno creato abitudini emotive non mediate dal consumo di contenuti. È utile recuperare alcune pratiche senza voler replicare il passato: incontri faccia a faccia che durano, errori riparabili, attese non riempite da notifiche.
Non è un elenco di istruzioni
Non ho intenzione di elencare ricette pronte come fosse un corso di autoaiuto. Alcune cose funzionano soltanto nell’ordinarietà. Si tratta di generare attriti che permettono la costruzione di quella stessa resistenza che una volta veniva costruita dal contesto sociale. A volte basta meno assistenza e più responsabilità personale. Altre volte serve il contrario.
Osservazioni personali
Ho lavorato con persone nate in quegli anni e con persone nate dopo il 2000. Ci sono differenze. Quella generazione aveva una sorta di pazienza tattile: sanno aggiustare rapporti e cose senza drammatizzare ogni crepa. E non è perché fossero più forti di natura. Era semplicemente una lingua culturale diversa, che oggi possiamo studiare e, se vogliamo, tradurre in pratiche utili.
Un consiglio non ortodosso
Non cercare il miglior corso di resilienza. Prendi una libreria di seconda mano. Compra qualcosa che richieda tempo per arrivare. Non è magico, è un piccolo esperimento di frizione. Se non ti piace l’idea, smetti dopo un giorno. Questo non è un rituale sacro, è una provocazione lieve.
Conclusione aperta
La forza emotiva degli anni 60 e 70 non era un prodotto, era un’abitudine. Lo stesso non significa che fosse più giusta o più sana in tutto. Alcune pratiche vanno scelte, adattate e ripensate. Non pretendere che il passato sia un manuale completo. Servirà sempre discernimento. Quello che propongo è semplice: osserva, impara, riusa senza decorare. La vera forza emotiva, quella che dura, nasce da scelte ripetute e non da frasi pronte.
| Idea | Cosa significa | Come provare |
|---|---|---|
| Apprendimento per attrito | Resilienza costruita dall esperienza quotidiana | Accetta piccoli disagi non risolvendo tutto subito |
| Socialità concreta | Dialogo faccia a faccia che responsabilizza | Organizza incontri senza telefoni in vista |
| Riparazione | Fiducia nelle proprie mani | Impara una piccola riparazione domestica |
| Limite | Accettare l imperfezione | Completa un progetto con meno perfezione del previsto |
FAQ
Perché dovrei prendere esempio da un epoca diversa dalla mia?
Prendere esempio non significa copiare tutto. Significa riconoscere pratiche che funzionavano per creare resistenza emotiva e adattarle al presente. Alcune abitudini sono trasversali: la riparazione, il confronto diretto, la tolleranza all attesa. Si possono modernizzare senza tradire il principio di base che è: imparare dalla pratica e non solo dalle parole.
Non rischio di idealizzare e ignorare i problemi di quegli anni?
Sì, è un rischio reale. Io non idealizzo. Dico soltanto che ci sono elementi utili da estrarre. Gli anni 60 e 70 erano pieni di contraddizioni e ingiustizie. La linea sta nel selezionare ciò che aiuta oggi e non trasformare la storia in una cartolina. La critica storica serve anche qui.
Come applico queste idee senza essere nostalgico?
Metti le pratiche in piccoli esperimenti quotidiani. Non creare un repertorio da vintage. Scegli un solo gesto, fallo per un mese e misura come ti cambia. Se non funziona, cambia. È un approccio sperimentale, non rituale.
Qual è la differenza tra questa forza e la resilienza terapeutica moderna?
La resilienza terapeutica è spesso esplicita e strutturata. La forza che descrivo nasce dall uso e dall esercizio non pianificato. Non è migliore o peggiore, è diversa. Il vantaggio pratico è che la prima si costruisce anche con percorsi guidati, la seconda con abitudini lente che oggi si possono recuperare con intenzionalità.
Devo rinunciare alla tecnologia per guadagnare forza emotiva?
No. Rinunciare non è il punto. Il punto è mettere dei limiti che permettano alle competenze emotive di esercitarsi. La tecnologia è uno strumento potente ma anche una fonte di distrazione. Usata consapevolmente può convivere con pratiche che allenano la pazienza e la responsabilità.
Posso passare queste lezioni ai miei figli?
Sì ma con cautela. Non si tratta di imporre un modello passato ma di introdurre opportunità di responsabilità e riparazione. Insegna loro a finire un progetto, fallo con loro, mostra come si ripara una cosa insieme. L esempio vale più di mille istruzioni.

