Lo leggo ovunque: l’hojicha è il nuovo matcha. Sembra lo slogan di una stagione. Una promessa rassicurante per chi ama l’idea del tè verde ma più pacato, più rotondo, meno aggressivo al primo sorso. L’ho provato in tazza e in cucina, senza filtri. Qui metto in fila ciò che funziona, ciò che confonde e ciò che la nostra dispensa italiana può davvero far suo, senza rituali complicati e senza santini del benessere. Spoiler gentile: non è solo una questione di amaro.
Cos’è l’hojicha, al di là del nome giapponese
L’hojicha nasce da foglie di tè verde tostate. La tostatura cambia molte cose: il colore vira verso il bruno ramato, il profumo diventa caldo, quasi di pane appena sfornato e nocciola. A volte un tocco di cacao. In tazza, la percezione è più morbida del matcha, che invece è una polvere di tè coltivato all’ombra e macinato finissimo, dal verde quasi elettrico e dal gusto umami intenso. Due mondi che si toccano ma non sono fratelli gemelli.
Tostatura e profilo aromatico: quello che si sente davvero
La tostatura dell’hojicha tende a smussare l’astringenza e a spostare gli aromi. Scompare il taglio vegetale crudo, arrivano note di cereale e di legno dolce. Non è un trucco, è trasformazione. Nelle mie prove a casa, la stessa acqua e lo stesso tempo di infusione hanno dato risultati molto diversi: il matcha resta verticale, l’hojicha si apre e poi si siede, come quando il forno spegne la resistenza ma il calore rimane nelle pareti.
Matcha vs hojicha: il confronto che interessa a chi cucina a casa
Dire che l’hojicha è “meno amaro” è una mezza verità. Il matcha non è amaro a prescindere; è concentrato, è denso, richiede una mano leggera. L’hojicha, per natura, è più indulgente. Perdona l’acqua un po’ più calda, perdona un minuto in più. Per chi prepara colazioni veloci o un dopocena rilassato, la differenza non è filosofica: è praticissima.
Amaro, astringenza, umami: parole che usiamo poco ma sentiamo subito
L’amaro stacca sulla punta della lingua. L’astringenza asciuga le guance. L’umami è il fondo saporito che allunga la scia. Nel matcha, se dosato male, l’astringenza può essere netta. Nell’hojicha la tostatura sposta il baricentro su note dolci e tostate, con un umami più discreto. Questo non rende l’hojicha “migliore” in senso assoluto, lo rende più democratico per palati non allenati al verde intenso. È una porta di ingresso, non un trono.
La questione caffeina, ma senza promesse miracolistiche
Si legge che l’hojicha abbia meno caffeina del matcha. Vero in molte referenze, falso in alcune. Dipende dal taglio, dalla foglia, dall’intensità della tostatura e dalla quantità usata nella tazza. L’esperienza è ciò che conta nel quotidiano: l’hojicha tende a risultare più gentile come sensazione complessiva. Io lo preferisco nelle ore serali, quando cerco un sapore caldo che non mi sovrasti. Non è una ricetta per il sonno, è solo buon senso gustativo.
La tostatura ridisegna la percezione sensoriale più della cifra chimica: abbassa la sensazione di astringenza e regala un profilo amabile che molti interpretano come “meno stimolante”, ma la risposta resta individuale.
Dr.ssa Laura Bianchi, Tecnologa Alimentare, Dipartimento di Scienze degli Alimenti, Università di Parma
In cucina l’hojicha è un alleato intrigante
Qui l’hojicha strappa applausi. Il matcha è scenografico, ma difficile da bilanciare in impasti e creme perché può virare sul vegetale crudo in cottura. L’hojicha invece profuma di biscotto ancora prima di entrare in forno. Nel mio laboratorio di casa l’ho usato per un latte montato, per una granita al cucchiaio e per una frolla sablé dal tono nocciolato che non chiede scuse a nessuno. E non servono ingredienti rari. Basta organizzarsi.
Una ricetta furbissima: latte all’hojicha con schiuma fredda
Scaldo poca acqua a temperatura appena sotto il bollore. Aggiungo un cucchiaino raso di hojicha in polvere o le foglie tostate in filtro. Lascio in infusione breve, giusto il tempo di vedere un’acqua color ambra. In un bicchiere freddo verso latte a scelta e cubetti di ghiaccio. Unisco l’infuso, assaggio e, solo se serve, un tocco di dolcificante che non copra il tostato. La magia è nella schiuma: agito in un barattolo pulito con tappo per pochi secondi e verso subito. È una bevanda con carattere ma senza strilli. Funziona a colazione come alle cinque del pomeriggio.
Prepararlo bene senza feticismi
L’hojicha non pretende il kit. Un filtro fine, una tazza larga, un bollitore che sappia fermarsi prima del punto di ebollizione. Stop. Le polveri si sciolgono con un movimento deciso, meglio se prima in poca acqua e poi allungo. Le foglie rendono al meglio con infusioni brevi. Meglio restare scarsi e ripetere, che partire pesanti e pentirsi. È una regola d’oro in cucina, non solo nel tè.
Parametri che ho testato sul serio
Per un hojicha in foglia che risulti morbido, parto con acqua intorno ai settanta gradi e infusione di un minuto. Se voglio più spinta tostata salgo di dieci gradi e stringo il tempo. Con la polvere di hojicha preparo una crema veloce: poca acqua tiepida per scioglierla senza grumi, poi aggiungo liquido caldo o freddo. Il matcha chiede più attenzione ai grumi e una mano più leggera sulla quantità. Lo ripeto perché in pratica è qui che si gioca la differenza.
Questione prezzo e reperibilità, detta senza giri
L’hojicha sta diventando più presente, anche nei piccoli empori ben forniti. Non è sempre economico e non cerco paragoni forzati. Il punto non è spendere meno del matcha, ma comprare il prodotto giusto per l’uso giusto. Una polvere media può bastare per bevande miste e dolci. Per la tazza pura, cerco sempre foglie tostate con profumo pulito, senza sentori bruciati. Se all’apertura del sacchetto ti arriva un odore di fumo duro, hai preso la tostatura sbilanciata. Succede, non è una tragedia, ma in tazza si sente.
È davvero il nuovo matcha? Scelgo una risposta scomoda
No, l’hojicha non sostituisce il matcha. Ma è la chiave che apre un’altra stanza della stessa casa. Per chi ama sapori più caldi, per chi non vuole combattere con astringenze marcate, per chi desidera un ingrediente dal carattere tostato per giocare in cucina. Chiamarlo alternativa meno amara è riduttivo. È un capitolo nuovo, non una copia annacquata. Quando un ingrediente ti fa venire voglia di provarlo in contesti diversi, vuol dire che comunica con la tua dispensa, non solo con la tua tazza.
Nei dolci al cucchiaio e nelle creme leggere, l’hojicha regala profondità senza invadere. È come usare un buon cacao in polvere delicato: struttura, non copre.
Chef Giulia Rinaldi, Pasticcera e docente, Scuola di Alta Pasticceria Città di Castello
Due idee che migliorano subito l’esperienza
Prima idea. Gioca con la temperatura. Con l’hojicha salire oltre i settanta gradi non è un delitto, basta non bollire. Scopri come cambia la rotondità con dieci gradi in più o in meno. Seconda idea. Provalo in abbinamento con yogurt bianco intero. Un cucchiaino di polvere setacciata, una frusta a mano e un minuto di riposo. Esce un profumo da dessert semplice, elegante, molto nostro. Non serve altro.
La mia conclusione, per chi cucina ogni giorno
Se cerchi pace sensoriale, l’hojicha è un compagno migliore del matcha. Se cerchi intensità verde e un colpo di umami, il matcha resta insostituibile. Non c’è vincitore, c’è una personalità più affine ai ritmi della casa. E in casa, lo sappiamo, vince ciò che bevi e rifai volentieri, non ciò che fotografa bene.
Tabella riassuntiva
| Voce | Hojicha | Matcha | Nota pratica |
|---|---|---|---|
| Profilo aromatico | Tostato, nocciolato, morbido | Vegetale, umami, intenso | Scegli in base al momento della giornata |
| Facilità di preparazione | Tollerante su tempi e temperatura | Richiede precisione e dose minima | Ottimo per routine rapide |
| Uso in cucina | Perfetto in latte, frolle, creme | Scenografico ma delicato da bilanciare | Evita cotture lunghe con matcha |
| Sensazione al palato | Dolcezza rotonda, bassa astringenza | Più astringenza se sovradosato | Assaggia e correggi sul momento |
| Quando | Merenda e sera | Mattino e metà giornata | Segui il tuo ritmo, non lo slogan |
Domande frequenti
L’hojicha è sempre meno amaro del matcha?
Spesso sì nella percezione, ma non è una legge. Dipende dalla tostatura, dalla qualità e da come lo prepari. Se esageri con la quantità o con l’acqua troppo calda, puoi comunque ottenere una tazza squilibrata. Prova infusioni brevi e ripetute con foglie, o sciogli bene la polvere prima di allungare con liquido.
Posso usare l’hojicha nelle ricette salate?
Sì, il suo lato tostato dialoga con riso, verdure grigliate e salse leggere a base di yogurt o tofu setoso. Aggiungilo in piccole dosi per non colorare troppo il piatto e per lasciare spazio agli altri ingredienti. In brodi chiari dà un tocco inatteso senza coprire.
Qual è la differenza più importante in cucina tra hojicha e matcha?
Il matcha porta colore e intensità verde, ma teme le alte temperature prolungate. L’hojicha regge meglio il calore e regala profumi di biscotto e cereale, ideali in impasti e creme. Se vuoi un dolce elegante e discreto, l’hojicha è più facile da bilanciare.
L’hojicha contiene caffeina?
Sì, come tutti i tè. Le quantità percepite variano con tipo e dose. In molti casi l’esperienza risulta più gentile rispetto al matcha, ma resta soggettivo. Se bevi la sera, inizia con porzioni piccole e osserva come ti senti nelle diverse giornate.
Quale formato scegliere, foglia o polvere?
La foglia è perfetta per la tazza pura, la polvere è comoda per drink misti e dolci. Se vuoi un solo prodotto in dispensa, una polvere di buona qualità è la scelta più versatile. Per momenti di degustazione, le foglie tostate pulite e uniformi raccontano meglio la materia prima.
Serve il frullino da matcha per l’hojicha?
No, non è indispensabile. Un piccolo montalatte o una frusta a mano sono sufficienti. Con la polvere, scioglila prima in poca acqua tiepida per evitare grumi, poi allunga. Con le foglie, usa un filtro fine e versa con decisione per non lasciare residui.

