Negli anni 60 e 70 crescere significava spesso imparare da soli. Non era una filosofia pedagogica studiata in università. Era la routine: uscire di casa la mattina e tornare quando le luci della strada si accendevano. In questo pezzo non voglio eleggere un passato dorato né demonizzare il presente. Voglio esplorare un fatto semplice e scomodo. La routine quotidiana di quel quarantennio ha insegnato a molti a essere indipendenti prima che li chiamassero adolescenti. E questa forma di autonomia precoce ha lasciato tracce che oggi fatichiamo a replicare.
Un diverso modo di imparare a stare al mondo
Non cera un manuale per diventare autonomi. Cera piuttosto un contesto che costringeva a provarci. Si impara a fermare un motorino riparato in garage come si impara a ricucire un bottone sbadatamente staccato durante una festa di paese. Lidea non era di indottrinare ma di lasciare spazio allerrore. Spazio che oggi interpretiamo spesso come pericolo invece che come scuola pratica.
La responsabilità come insegnante silenziosa
La responsabilità assomigliava a un compito senza promemoria. Consegnare un giornale, tornare a casa in tempo per la cena, raccogliere soldi per un regalo di classe. Erano esercizi semplici ma concreti. Non richiedevano approvazione continua, solo risultato. Questo tipo di responsabilità costruiva un nucleo di fiducia nelle proprie azioni più che nelle parole degli adulti. Non dico che fosse perfetto. Dico che funzionava in modi che oggi faticano a farsi vedere.
Le esperienze che non trovi nei manuali
Qualcosa che vedo raramente espresso nei blog comuni è la qualità del conflict solving pratico che nascondeva quellinfanzia. Un litigio sul pallone terminava quando uno dei due aveva finito le forze o quando la palla era sparita. Nessun arbitro, nessun replay. Questo ti obbligava a negoziare in pochi minuti, a capire chi aveva torto e chi aveva perso la pazienza. Era formazione emotiva ed efficacia sociale senza sedute programmate di educazione civica.
Altro aspetto sottovalutato è la consuetudine di riparare. Riparare un oggetto ti insegna che le soluzioni non sono sempre nuove e pronte alluso. Smontare qualcosa e rimetterla in funzione è un corso di metodo sperimentale condensato in tre viti e un paio di imprecazioni. Quellallenamento mentale è fondamentale per la capacità di affrontare problemi sconosciuti senza attendere istruzioni esaurienti.
Un paradosso emotivo
Chi è cresciuto in quegli anni spesso esibisce due tratti opposti. Da una parte una solidità pratica notevole. Dallaltra una tendenza a minimizzare il disagio emotivo. Questo è un punto che non va ignorato: la stessa cultura che generava autonomia precoce talvolta insegnava a non parlare del dolore. Non sempre le due cose sono compatibili e non sempre cera una guida emotiva efficace oltre alla richiesta di resistenza.
How can you have an internal locus of control if you don’t have experience controlling your own life? One thing that clinical psychologists have long known is that if you don’t have a strong internal locus of control, that sets you up for anxiety and depression.
Peter Gray Professor Emeritus of Psychology and Neuroscience Boston College.
La frase di Peter Gray va dritta al punto. Questa non è una citazione di moda. È una lente che aiuta a capire il legame fra pratica quotidiana e formazione psicologica. Non sempre il pubblico è pronto a sentire che certe pratiche del passato mettevano i ragazzi in una posizione attiva rispetto alla loro vita.
Perché oggi facciamo fatica a replicare quel contesto
Ci sono cause concrete e non moralistiche. Lurbanizzazione, il traffico, una cultura della sicurezza che ha trasformato il rischio in un problema centrale della genitorialità. Ma cè anche una componente tecnologica che ha creato spazi mentali diversi. Un pomeriggio passato a rincorrere amici nel cortile non produceva notifiche o feed. Produceva noia, creatività e contendibilità sociale non mediata dallo schermo.
È facile attribuire tutto alla colpa dei genitori che esagerano con la sorveglianza. Non è sempre così semplice. Molte scelte sono ragionate. Ma il risultato è che oggi la quantità di tempo non supervisionato si è ridotta drasticamente e con essa lo spazio per cadere e rialzarsi senza testimoni pronti ad intervenire.
Non torniamo indietro ma possiamo riadattare
Non propongo un ritorno ai rischi non calcolati. Propongo invece di riconoscere che la delega totale alla protezione continua produce effetti collaterali. Possiamo reintrodurre microesperienze di responsabilità. Compiti reali e misurabili. Piccole libertà con limiti chiari. La sfida è politica tanto quanto culturale: creare quartieri, orari e pratiche che consentano ai ragazzi di provare la propria efficacia senza mettere in pericolo la comunità.
Riflessioni personali e contraddizioni
Da genitore o da osservatore non posso non sentire una doppia voce. Una mi dice di proteggere, l’altra di lasciare fare. Quando vedo un ragazzo che ripara la bicicletta da solo provo un senso di approvazione che rasenta linnocenza. Quando vedo un bambino ignorato in un momento di reale pericolo provo indignazione. Le soluzioni non sono binarie. Sono azioni misurate e spesso impopolari nelle discussioni sociali.
Nel narrare questa esperienza mi concedo una posizione critica verso quella che potremmo chiamare iperprotezione metodica. Non per nostalgia ma per ragione. Lautonomia precoce non è garanzia di felicità ma è una palestra potente. Non è per tutti e non è sempre stata giusta. Restiamo però più poveri se la cancelliamo senza sostituirla con qualcosa di equivalente.
Che cosa possiamo provare a cambiare subito
Invece di grandi proclami si possono fare piccoli esperimenti. Aprire una fascia oraria di gioco libero sorvegliato da un adulto ma non diretto. Offrire incarichi domestici reali e verificabili. Integrare nelle scuole attività che prevedano responsabilità pratiche e non solo valutazioni numeriche. La parola chiave è esperienza. Esperienza con conseguenze commisurate.
| Idea | Come funziona | Effetto atteso |
|---|---|---|
| Compiti pratici a casa | Attività che richiedono responsabilità ripetute e controllabili | Aumento di fiducia e compentenza operativa |
| Gioco libero in orari stabiliti | Spazio sorvegliato ma non diretto per un periodo settimanale | Maggiore problem solving sociale |
| Laboratori di riparazione | Scuole o centri con strumenti e supervisione tecnica | Capacità pratica e riduzione dellansia rispetto agli imprevisti |
Conclusione aperta
Non offro una risposta definitiva. Non credo esista un unico modello buono per tutti. Ma credo che la lezione più importante degli anni 60 e 70 sia questa. Lautonomia si costruisce. Non si compra. E quando la perdiamo perché confondiamo attenzione con protezione, perdiamo anche parti importanti di ciò che rende una persona capace di agire nel mondo. Se vogliamo cambiare qualcosa iniziamo a restituire spazio alle competenze di base e alla possibilità di sbagliare in pubblico.
FAQ
Perché gli anni 60 e 70 erano diversi per lindipendenza dei bambini?
Quegli anni avevano condizioni materiali e culturali particolari. Spazi urbani e rurali meno dominati dal traffico motorizzato, una cultura della sorveglianza meno pervasiva e meno tecnologia personale. Le famiglie delegavano compiti concreti ai giovani e la struttura sociale consentiva più mobilità autonoma. Non era perfetto ma era efficace per costruire certe competenze pratiche.
Lindipendenza precoce non ha causato anche problemi emotivi?
Sì. Ci sono costi. Alcuni di quelli cresciuti in quel periodo mostrano difficoltà nel riconoscere e gestire il disagio emotivo perché la cultura dominante proponeva la sopportazione come risposta. Non è un buon motivo per idealizzare il passato ma è un elemento che va valutato con onestà. Le due cose convivono e vanno equilibrate.
Come possiamo riproporre aspetti utili di quel modello nel 2026?
Con azioni misurate. Non proponendo abbandono ma offrendo opportunità pratiche. Spazi di gioco libero controllato, compiti domestici con responsabilità reali, laboratori tecnici nelle scuole. Sono interventi a basso costo che ricreano esperienza e conseguenze senza esporre i giovani a pericoli evitabili.
Le ricerche moderne supportano questa visione?
Ci sono studi e osservazioni di lungo periodo che mettono in relazione la diminuzione delle attività indipendenti con un aumento di ansia e fragilità emotiva. Non è una correlazione semplice e non spiega tutto ma è un campo di ricerca attivo e plausibile come elemento significativo.
Non è colpa dei genitori moderni se i contesti sono diversi?
Esatto. Spesso si tratta di scelte imposte da contesti urbani, economici e normativi. Sentirsi colpevoli non serve. Meglio progettare soluzioni collettive che creino opportunità di autonomia per più famiglie.

