Oggi si parla di resilienza come di un mantra terapeutico da etichettare e vendere. Ma chi ha vissuto la propria infanzia e adolescenza negli anni 60 e 70 sa che la parola non c è mai stata eppure quella pratica era già dentro la vita di tutti i giorni. Questo pezzo non è una nostalgia consolatoria. È una proposta di lettura diversa: la resilienza dei nati negli anni 60 e 70 non è un trucco genetico né una moda del passato. È il frutto di ambienti, abitudini e contraddizioni che hanno allenato nervi, relazioni e routine in modo che oggi fatichiamo a riprodurre.
La saggezza non detta delle vite non profilate
Non intendo affermare che tutto fosse migliore prima. E nemmeno che quelle vite fossero meno complesse. Però c era una ripetizione quotidiana di piccoli urti che aveva l effetto di una palestra invisibile. Cose semplici e concrete: telefonate che interrompevano la giornata, code alle casse, traslochi, genitori spesso impegnati in lavori instabili, quartieri dove tutti si conoscevano e dove i problemi non si delegavano a uno specialista ma si discutevano in cucina. Quella quotidianità ha forgiato risposte automatiche che oggi chiamiamo resilienza.
Resilienza come funzione pratica e non come etichetta
Per molte persone nate negli anni 60 e 70 non esisteva un percorso terapeutico per la frustrazione. Si imparava a gestirla con azioni concrete: riparare qualcosa da sé, aspettare settimane per un oggetto desiderato, crescere senza sorveglianza costante. Quel tipo di esperienza ha costruito tolleranza alla frustrazione e una capacità di auto correzione che non si misura in like o in certificati ma in decisioni prese sotto pressione.
Non è eroismo. È abitudine.
La parola eroismo ha sempre qualcosa di spettacolare e distante. Invece la resilienza che vado descrivendo è fatta di abitudini. Quando una generazione cresce in assenza di protezioni iperistituzionalizzate impara a trattare gli ostacoli come parte del paesaggio quotidiano. Questo non fa scomparire il dolore. Lo rende però meno catastrofico. L errore si ripara, il contrattempo si pianifica, la delusione si metabolizza. Lavoro da anni con persone nate in quelle decadi e noto una misura di pragmatismo emotivo che oggi appare rara.
“Resilience is a precious skill. People who have it tend to also have three underlying advantages a belief that they can influence life events a tendency to find meaningful purpose in lifes turmoil and a conviction that they can learn from both positive and negative experiences.”
Amanda Ripley giornalista e autrice senior fellow Emerson Collective.
Perché quella generazione non si è riconosciuta subito come resiliente
Perché non c era bisogno di definirsi. Si faceva. E a volte il non parlarne la rendeva meno visibile agli occhi della psicologia formale. Molti terapeuti e ricercatori solo più tardi hanno cominciato a riconoscere pattern comuni tra persone cresciute in quegli anni: maggiore tolleranza alla perdita immediata di controllo, una tendenza a preferire soluzioni pratiche alla ruminazione e una resilienza sociale costruita su reti informali di vicinato e famiglia estesa.
Le cause sociali e ambientali non sono vanterie
Non c è alcuna mistica della sofferenza qui. La resilienza nasce da condizioni specifiche. L economia, le politiche abitative, i sistemi scolastici, la tecnologia mancante hanno dato forma a comportamenti adattivi. Ad esempio quando l unica comunicazione possibile era il telefono fisso in casa la capacità di tollerare l attesa e l incertezza si accresceva. Oggi l accesso immediato alle informazioni ha ridotto quella palestra di attesa. Non critico il progresso. Dico che abbiamo perso un allenamento.
Un vantaggio che può trasformarsi in limite
Chi ha imparato a riparare e a cavarsela spesso rifiuta l aiuto anche quando utile. La resilienza eccessiva può diventare solitudine programmata. Ci sono casi in cui la capacità di farcela da soli nasconde una riluttanza a chiedere sostegno. Le stesse qualità che tengono il sistema in piedi possono impedire una vulnerabilità necessaria per relazioni più profonde. Lo vedo nelle generazioni successive come un errore di trasferimento: ereditare l abitudine a non chiedere aiuto senza riceverne le spiegazioni emotive che prima passavano nella famiglia o nel quartiere.
Cosa possiamo recuperare senza idealizzare
Non propongo di tornare indietro né di copiare pedissequamente stili di vita che non sono replicabili. Propongo di osservare e scegliere pratiche concrete. Lasciare il telefono in un altra stanza per un ora. Riparare un oggetto invece di sostituirlo. Parlare faccia a faccia di un problema anziché scrivere una discussione in frammenti. Sono esercizi che non nascono dalla nostalgia ma da un ragionamento pratico su come allenare la tolleranza all incertezza.
Un avvertimento personale
Non tutti coloro che sono nati negli anni 60 e 70 sono eroi silenziosi. Ci sono ferite non chiuse, traumi mal gestiti e stereotipi che hanno fatto male. La forza che descrivo non cancella ingiustizie o lunghi periodi di precarietà. Però è vero che, spesso, quella generazione ha sviluppato un tipo di resistenza che vale la pena osservare e riutilizzare quando funziona.
Conclusioni aperte
La resilienza che affiora nei nati negli anni 60 e 70 non è un segreto, né una qualità esclusiva. È il risultato di condizioni storiche e pratiche quotidiane. Possiamo imparare da quelle abitudini senza mitizzarle. Possiamo attuare piccoli cambiamenti che reintrodurranno quelle palestre invisibili nei nostri giorni tecnologici. Ma servirà tempo e scelta consapevole. Non è una scorciatoia.
| Idea chiave | Descrizione |
|---|---|
| Origine pratica | La resilienza nasce da abitudini quotidiane più che da etichette psicologiche. |
| Ambiente formativo | Scarsità di comfort immediato e reti locali hanno allenato tolleranza e autonomia. |
| Limiti | Una resilienza non filtrata può condurre a solitudine e reticenza a chiedere aiuto. |
| Lezioni utili | Pratiche semplici come attendere e riparare possono ricostruire parte del circuito. |
FAQ
Come faccio a capire se la mia resilienza è sana o disfunzionale?
Una resilienza sana ti permette di chiedere aiuto quando serve e di riprenderti dopo un ostacolo senza isolarti. Se invece tende a trasformarsi in rifiuto dell aiuto o in negazione delle emozioni allora c è da interrogarsi. Non è un test a risposta secca. Osserva il tuo modo di reagire nelle relazioni e quando sei sotto stress e valuta se il farcela da solo diventa un muro più che una capacità.
Possiamo insegnare queste abitudini ai giovani di oggi?
Sì ma non con regole imposte. Funziona meglio l esempio pratico. Proporre attività che richiedono attesa o manualità costruisce quella tolleranza. I risultati non sono immediati e spesso sono frustranti per chi cerca soluzioni rapide. Serve coerenza e pazienza.
La tecnologia rende impossibile recuperare queste abilità?
Non è impossibile ma è più difficile. La tecnologia cambia i tempi e la soglia di tolleranza. L idea non è bandirla ma usarla in modo strategico. Creare spazi senza schermi e abitudini che richiedono attesa può ricreare quella palestra psicologica anche in epoca digitale.
È giusto confrontare generazioni diverse senza giudicare?
Il confronto serve se è utile. Il pericolo è trasformarlo in una gara morale. Meglio individuare pratiche trasferibili e contestualizzarle. Ogni generazione ha punti di forza e limiti. Prendere ciò che funziona e adattarlo senza nostalgia è la via più pragmatica.
La resilienza può sostituire il bisogno di interventi professionali?
No. La resilienza non è una cura universale. In presenza di traumi profondi o patologie mentali il supporto professionale è necessario. La resilienza quotidiana è un complemento alle cure e alle reti di supporto non un sostituto.
Se questa lettura vi ha infastidito o consolato significa che avete trovato qualcosa di vivo qui dentro. È un buon segnale. Le domande restano e devono restare aperte.

