Crescere negli anni 1960 e 1970 in Italia non era un unicum poetico fatto di Vespe e jukebox. Era una scuola pratica, a volte rozza, che ti forgiava abitudini e doveri senza chiedere troppo la tua opinione. Questa non è una romantica litania del passato ma un racconto spigoloso di quello che ho visto e che ancora ritrovo nei volti dei miei zii e nei racconti di quartiere. Voglio dire apertamente che molte cose buone di quei tempi non meritano la nostalgia acritica. Però la parola responsabilità allora significava qualcosa di concreto e misurabile. E questa differenza conta ancora.
Un mestiere chiamato prendersi cura
La responsabilità, per molti nati in quegli anni, non era un concetto filosofico ma un compito quotidiano. Prendersi cura non sempre coincideva con compiacere. Significava svegliarsi presto per aiutare in bottega, accompagnare fratelli più piccoli a scuola, fare la spesa e, se serviva, riparare il motore del trapano. Non era carisma ma abitudine. Non era un riflesso di virtù pubblica ma la logistica della sopravvivenza familiare.
La scuola della riparazione
Ricordo ancora la provincia dove gli oggetti avevano un ciclo di vita lungo. Si aggiustava prima di gettare. Questa pratica insegnava che bisogna assumersi la responsabilità anche delle rotture altrui. Non è solo merito personale. È una lezione su come funziona una comunità quando funziona davvero: si ripara, si resta e si conclude. Non voglio qui fare la predica del fai da te, ma osservare che quella tensione verso la soluzione pratica creava adulti meno inclini alla delega totale.
Disciplina e fiducia non sono la stessa cosa
Nel racconto popolare gli anni 60 e 70 vengono spesso ridotti a disciplinarismo. Voglio dissentire. La disciplina poteva essere severa ma non sempre era sinonimo di controllo asfissiante. Molte famiglie lasciavano spazio all’autonomia dopo una soglia di prova. Se sapevi tenere a bada il negozio per un pomeriggio, ti davano più responsabilità il mese dopo. C’era una specie di contratto implicito: dimostri che puoi fare e allora fai di più.
Il welfare informale
Il welfare di allora non era stato inventato dallo Stato ma dalle reti interpersonali. Vicini che intervenivano senza essere chiamati, istituzioni locali che funzionavano in modo pratico, scuole che erano centro di rigenerazione sociale. Questo sistema non era perfetto ma aveva un effetto: responsabilizzava, certo, ma anche redistribuiva l’onere in modo meno visibile e più quotidiano. La responsabilità era condivisa, e questa condivisione spesso veniva scambiata per indifferenza quando non lo era.
Erik H. Erikson psicologo e psicoanalista Harvard University If there is any responsibility in the cycle of life it must be that one generation owes to the next that strength by which it can come to face ultimate concerns in its own way.
Uso questa citazione di Erikson non per mitizzare il passato ma per ricordare che la responsabilità ha sempre avuto un orizzonte generazionale. Non è soltanto il conto che paghiamo oggi ma il capitale morale che lasciamo per domani.
Le ombre: cosa non vorrei mai recuperare
Non tutto di quei decenni merita copialo e incolla nella società attuale. La pressione per conformarsi, il rigore a volte punitivo, la limitata attenzione ai bisogni emotivi non vanno rivalutati. Confondere responsabilità con autoritarismo resta un errore. Io mi oppongo a chi idealizza il passato senza vedere le sue ferite. Responsabilità non significa fermare la domanda ma alimentarla. Se non lo diciamo, il museo del tempo diventa una vetrina vuota.
Lavoro e dignità
Un altro punto che non sopporto riguarda la retorica del lavoro come sola fonte di dignità. Sì al senso del dovere ma no all’adorazione del sacrificio. Gli anni 60 e 70 hanno insegnato impegno e concretezza. Non hanno insegnato a ignorare la qualità della vita. Non tutto quello che è stato efficace allora è giusto oggi.
Perché questa lezione rimane utile
Parlo da persona che ha visto generazioni incrociarsi. La responsabilità che veniva coltivata allora funziona ancora come antidoto all’iperframmentazione contemporanea. Un esempio: quando un gruppo di condomini organizza la manutenzione del cortile non lo fa per compiacere un algoritmo ma perché esiste una responsabilità tangibile che riduce costi e conflitti. Piccole azioni come questa creano fiducia. Non sono soluzioni di scala gigantesca ma aggregano capitale sociale.
Responsabilità e politica
La responsabilità che impari al livello famigliare spesso diventa una disposizione verso la vita civile. Chi ha imparato a prendersi cura di qualcosa di concreto sarà meno incline a delegare tutto al politico di turno. Questo non è un manifesto politico ma un invito: se vogliamo che le istituzioni funzionino, dobbiamo recuperare pratiche quotidiane che le sostengono.
Conclusione aperta
Non sto suggerendo un ritorno nostalgico. Sto chiedendo di riappropriarci di pratiche che abbiamo perso o delegato. La responsabilità può essere insegnata di nuovo ma solo se smettiamo di sacralizzarla e iniziamo a praticarla con onestà. A volte questo vuol dire accettare risultati imperfetti e imparare comunque. Altre volte significa rifiutare vecchi schemi che non reggono più. Lavorare su questa ambivalenza è il vero esercizio di maturità collettiva.
Tabella riepilogativa
| Tema | Che cosa insegnava allora | Come applicarlo oggi |
|---|---|---|
| Praticità | Riparare e risolvere problemi concreti. | Favorire competenze manuali e interventi locali. |
| Condivisione | Responsabilità diffusa nella comunità. | Ricostruire reti di mutuo aiuto e cura urbana. |
| Autonomia | Dimostrare prima di essere affidati. | Creare percorsi di fiducia basati su prove pratiche. |
| Limiti | Rischio di autoritarismo e inespressività emotiva. | Difendere cura emotiva e rispetto delle differenze. |
FAQ
1 Che cosa significa responsabilità per chi è cresciuto negli anni 60 e 70?
Per molte persone di quella generazione responsabilità significava un impegno concreto e quotidiano. Era tradotta in azioni tangibili e non in promesse. Non era necessariamente legata a valori astratti ma ai compiti di casa lavoro e comunità. Questo approccio ha prodotto uomini e donne che sapevano fare e resistere. Non dico che fosse l unico modello valido ma è una modalità che ha funzionato per molti contesti sociali.
2 Come si può recuperare qualcosa di utile senza ricadere nei difetti del passato?
Bisogna selezionare le pratiche e riformularle. Recuperare la pratica della riparazione non implica recuperare la censura emotiva. Si può insegnare il valore del prendersi cura mantenendo l attenzione alla dignità personale. Progetti locali per la manutenzione condivisa e percorsi educativi basati su lavori pratici possono essere una strada. L essenziale è adattare il metodo ai diritti e alle esigenze del presente.
3 I giovani di oggi possono imparare queste lezioni o sono culturalmente incompatibili?
I giovani possono imparare molte di queste cose se vengono presentate come strumenti utili e non come imposizioni. Le nuove generazioni apprezzano l autonomia e il senso di efficacia personale. Se mostri che prendersi responsabilità produce risultati reali e non solo doveri astratti, otterrai partecipazione. Non è una questione di nostalgia ma di progettazione didattica e sociale intelligente.
4 La responsabilità generazionale è ancora rilevante in una società mobile e digitale?
Sì ma assume forme diverse. Nelle società mobili la responsabilità deve essere ripensata come capacità di mantenere impegni e curare relazioni anche a distanza. Gli strumenti cambiano ma il nucleo resta: fare ciò che serve per sostenere gli altri e lasciare qualcosa di solido per chi verrà dopo di noi. Questo non risolve automaticamente le diseguaglianze ma può mitigare il senso di atomizzazione sociale.

