Ci sono generazioni che portano con sé un tipo di esperienza del senso che si respira senza proclami. Se sei nato tra il 1960 e il 1979 sai di cosa parlo. Non è nostalgia stantia. È una pratica quotidiana, fatta di scelte banali e di rinunce non sempre raccontate. In questo pezzo provo a spiegare perché quel vissuto contiene lezioni concrete per chi oggi ancora vaga in cerca di significato.
Il paradosso della conoscenza tacita
I nati negli anni 60 e 70 non sono una categoria monolitica però condividono condizioni storiche che hanno formato un modo di abitare il mondo. Cresciuti tra l ultimo respiro del boom economico e l esplosione della globalizzazione hanno imparato a valutare il senso non come un grande mistero ma come una serie di pratiche quotidiane. Il punto è che spesso non lo chiamavano senso. Era fare presenza. Era mantenere promesse. Era rimanere quando era necessario e partire quando era inevitabile.
Presenza contro performativita
Oggi la ricerca del senso è spesso esibita come un progetto di branding personale. Per chi ha vissuto la fine del xx secolo la misura era più semplice e meno pubblica. La soddisfazione esistenziale veniva costruita accumulando relazioni concrete e responsabilita visibili. Non tutto era eroico. Gran parte era ordinaria e a volte faticosa. Eppure quel montare quotidiano di impegni costruiva un peso che somigliava a senso.
Un lavoro interiore che non sta nella terapia
Non sto esaltando sacrifici romantici. Sto dicendo che la generazione dei 60 e 70 ha sviluppato procedure pratiche per dare valore alle cose. Non sempre erano legate a grandi scelte di carriera. Spesso erano piccoli riti ripetuti. Alcune di queste prassi oggi si sono sfilacciate. Saper vivere con intenzione non significa essere felici tutto il tempo. Significa sapere che i tuoi gesti contano anche quando il risultato non è immediato.
Citazione di un esperto
“Meaning in life is based on feelings of significance and mattering about one’s life being able to make sense of and comprehend one’s life and having purpose.”
Michael F. Steger PhD Professor of Psychology Founding Director Center for Meaning and Purpose Colorado State University.
Le parole del professor Steger chiariscono una distinzione che la generazione in questione ha masticato senza formalizzarla. Significato come tessuto di importanza percepita non come dichiarazione pubblica.
Comunità e fiducia come capitale invisibile
Negli anni in cui molti dei nostri protagonisti hanno costruito le loro vite la comunità era una infrastruttura sociale solida. Non era perfetta ma funzionava come una rete di mutuo aiuto. Quando quella rete si è attenuata, il bisogno di senso si è spostato su beni personali e narrative individuali. Ma il senso più resistente che i nati negli anni 60 e 70 conoscono resta quello ancorato alla pratica collettiva.
Una voce che non si pente
“Things have gotten worse and when I ve said that I often leave people with the impression that I think I ve been a failure. I don t think I ve been a failure. I think I ve been reasonably successful in raising the alarm about this. But I ve not found the solution.”
Robert D. Putnam Peter and Isabel Malkin Professor of Public Policy Emeritus Harvard University.
La citazione di Putnam non è una condanna finale. E una presa d atto che il tessuto sociale è fragile e che il senso richiede istituzioni minime di contatto. I nati negli anni 60 e 70 lo sanno per esperienza pratica e non solo per teoria.
Perché queste conoscenze sembrano misteriose agli altri
La risposta breve è che certe abilità non si insegnano nei corsi. Si accumulano vivendo quando le alternative economiche e tecnologiche non sono le stesse di oggi. Crescere senza smartphone significava imparare a sopportare l attesa e a costruire fiducia senza metriche immediate. L attesa forma resistenza emotiva. Resistenza che spesso viene scambiata per rassegnazione ma che è una forma di disciplina relazionale.
Il valore delle piccole riparazioni
Riparare un rapporto logora il corpo e l ego. Ma aggiusta anche la trama del senso. I nativi di quegli anni hanno imparato che riparare spesso produce una qualità di significato che le grandi dichiarazioni non garantiscono. E non si tratta di buonismo. È un criterio pratico. Riparare è un indicatore di investimento affettivo.
Le lezioni concrete che possiamo prendere oggi
Non voglio proporre una museificazione del passato. Ci sono aspetti peggiori nelle vite di quegli anni. Però ci sono pratiche trasferibili. La prima è la perseveranza concreta. La seconda è la responsabilità verso relazioni che non hanno ritorno immediato. La terza è la capacità di prendere impegni anche quando sono scomodi. Queste non sono tecniche magiche. Sono abitudini che cambiano la forma del tempo vivido.
Un appello non innocuo
Se assumo una posizione è questa. Le generazioni piu giovani non devono imitare pedissequamente un modello che nasceva da economie e ruoli oggi diversi. Devono però recuperare la misura del lavoro relazionale come dimensione di senso. Questo non toglie nulla alla creatività e all autonomia che oggi sono possibili. Le due cose possono convivere ma servono regole pratiche per farlo.
Conclusione aperta
Non ho soluzioni definitive. Ho osservazioni accumulate e qualche ipotesi praticabile. La lezione più importante che arriva da chi è nato tra il 1960 e il 1979 è semplice e scomoda allo stesso tempo. Il senso non è un bene che si compra con immagini potenti o con progetti grandiosi. È la somma di atti ripetuti che sembrano banali. Prova a farne qualcuno oggi e guarda cosa cambia domani. Oppure non farlo e continua a cercare il grande racconto che risolva tutto.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Concetto | Che significa |
|---|---|
| Presenza | Essere disponibili e mantenere impegni nel quotidiano. |
| Pratiche relazionali | Riparare rapporti e investire tempo senza ritorni immediati. |
| Capitale sociale | Reti locali e fiducia che sostengono il senso collettivo. |
| Disciplina dell attesa | Capacita di tollerare l attesa come componente del valore personale. |
FAQ
Come posso applicare oggi la mentalita dei nati negli anni 60 e 70 alla mia vita?
Inizia scegliendo una pratica ripetibile. Non serve un progetto epocale. Puoi decidere di chiamare una persona cara ogni settimana senza aspettarti una risposta spettacolare. Puoi consolidare un impegno locale come fare volontariato in modo continuativo oppure partecipare a una associazione di quartiere. L idea non è tornare indietro ma integrare la costanza relazionale in un contesto che oggi è digitale e frammentato.
Non è una visione conservatrice della vita?
Non necessariamente. Alcune scelte della generazione che stiamo descrivendo sono conservative in senso politico o sociale. Ma il nucleo di cui parlo riguarda pratica e responsabilita che possono essere adottate da chiunque indipendentemente dall orientamento politico. Non è una difesa di status quo ma la richiesta di responsabilita verso le proprie relazioni.
Le tecnologie moderne uccidono il senso come lo intendevo?
Le tecnologie cambiano le forme delle relazioni ma non decretano il valore di queste. Possono allargare il campo d azione e allo stesso tempo ridurre la profondita dei contatti. La sfida contemporanea è usare gli strumenti per sostenere pratiche di presenza piuttosto che sostituirle. Questo richiede scelte intenzionali e regole personali sul loro uso.
Quale ruolo hanno le istituzioni nel favorire senso collettivo?
Le istituzioni possono creare spazi di incontro e sostenere pratiche civiche che rendono possibile il senso condiviso. Tuttavia la responsabilita principale resta spesso nelle mani dei cittadini. Periodicamente servono politiche che favoriscano la partecipazione e infrastrutture sociali in grado di facilitare il contatto quotidiano tra persone.
Come distinguere tra una vita che sembra significativa e una che lo è davvero?
Non esiste una metrica universale ma ci sono indicatori pragmatici. Una vita significativa tende a mostrare resilienza nei rapporti duraturi un senso di responsabilita verso gli altri e la capacita di affrontare periodi difficili senza perdere direzione. L apparenza passa. Le pratiche restano.

