Chi è nato negli anni 60 e 70 porta dentro un miscuglio di abitudini che oggi suonano straniere e familiari allo stesso tempo. Questa generazione ha visto il mondo cambiare senza lanciarsi in rete per controllare ogni passaggio. Hanno imparato ad arrangiarsi, a fare conti con l’imprevisto e con l’autorità in modi che hanno lasciato tracce profonde nella loro psiche. Non è una narrazione nostalgica né una lode incondizionata. È un tentativo di spiegare perché molti di loro mostrano una resilienza pratica che oggi spesso manca.
Un contesto che non concedeva distrazioni
Nelle città italiane e nelle campagne italiane di quel periodo la vita era meno immediata. La telefonata era un evento, il viaggio era un progetto, la sfera pubblica attendeva tempo prima di diventare digitale e rumorosa. Questo significa anche che i problemi venivano affrontati senza la pressione permanente del mercato dell’attenzione. La mancanza di contentino continuo ha spesso forgiato una specie di pazienza attiva, non passiva. Era una pazienza che implicava decisione e lavoro, non solo attesa.
I lavori che formavano carattere
Lavorare in fabbrica o dietro il bancone o in un ufficio senza email h24 obbligava a sviluppare autonomia. Le mansioni richiedevano spesso competenze manuali oggi sottovalutate e un rigore che non veniva misurato in like. Il risultato è che molti di quei ragazzi e ragazze sono diventati adulti capaci di risolvere problemi concreti sul momento. Non è soltanto una questione di abilità tecniche ma anche di attitudine mentale a portare a termine un compito anche quando non si presenta nessuno a motivarti.
Famiglie con regole chiare e meno consulenze psicologiche
Le famiglie di allora non erano tutte perfette e non mancarono errori. Ma spesso non si cercava immediatamente la spiegazione esterna per ogni frizione. Questo non vuol dire soppressione delle emozioni. Piuttosto un diverso equilibrio tra autonomia e comunicazione. I giovani imparavano a negoziare il mondo senza passare sempre per una mediazione professionale. È un modello che ha forgiato autonomia ma che può aver lasciato anche nodi irrisolti.
Limiti che costringevano a essere creativi
Laddove oggi si compra una soluzione, allora si costruiva. La necessità era spinta dal budget limitato e dall’accesso alle risorse. Le riparazioni domestiche, i vestiti rammendati, le vacanze improvvisate hanno allenato una creatività pratica che non sempre trova riconoscimento nelle società contemporanee ma che resta una risorsa enorme. Chi è nato in quei decenni spesso sa come ottenere un risultato con materiali scarsi e tempo ristretto.
Il contrasto tra autorità e critica
Gli anni 60 e 70 furono decenni di rottura politica e culturale. Molti giovani si confrontarono con autorità che cercavano di resistere. Quel conflitto ha insegnato a valutare l’autorità con sospetto ma anche a rispettare certi codici. Il risultato è una generazione capace di navigare tra istituzioni e dissenso, con una capacità di pratica politica che non passa sempre per slogan ma per azioni ripetute e concrete.
Grit may not be sufficient for success, but it sure is necessary.
La frase della professoressa Angela Duckworth dalla University of Pennsylvania non è citata per dare una patente di santità. È utile perché collega un fenomeno psicologico studiato con l’arena sociale in cui quella generazione è cresciuta. Questa combinazione di perseveranza e senso pratico spiega molto del comportamento adulto che osserviamo.
Esperienze collettive che hanno lastricato il carattere
Vivere la chiusura di fabbriche o le trasformazioni delle città non è stata solo economia. È stata scuola di vita. Chi ha passato uno sciopero come partecipante o come figlio di un lavoratore sa che la condivisione del rischio crea una tensione che non si dissolve facilmente. Chi ha imparato a non contare sul pubblico e al contempo a fare leva sulla comunità ha sviluppato un equilibrio che oggi chiameremmo pragmatico e solidale.
Perché emergono adulti ‘più forti’
Perché non insegniamo più la stessa dose di responsabilità curata con i tempi giusti? Non è una colpa digitale, è un cambiamento di condizioni. Quando ogni esigenza può essere soddisfatta subito, alcune competenze si smussano. Gli adulti nati negli anni 60 e 70 non sono superiori per natura. Hanno, però, esercitato certe abilità in un ambiente che le premiava: risolvere problemi senza istruzioni, sopportare frustrazioni, prendersi responsabilità non delegate. Questo non vale per tutti e non elimina fragilità personali. Ma spiega perché una quota consistente di quella generazione mostra una durezza pratica che oggi colpisce e a volte infastidisce chi cerca spiegazioni veloci.
Qualcosa che non spiego del tutto
Ci sono poi elementi che restano in ombra. Le relazioni affettive, le ferite non elaborate, i sogni interrotti. Molti hanno riversato energia nella manutenzione della loro quotidianità sminuendo il bisogno di cura profonda. È una ferita silenziosa che convive con l’apparente efficacia. Non la risolvo qui. La indico come integrante della storia.
Il lascito pratico per le generazioni successive
Ciò che si può imparare oggi non è una formula nostalgica. È l’idea che la forza non è solo aggressività o chiusura ma capacità di portare a termine ciò che serve, anche quando nessuno guarda. Le nuove generazioni possono recuperare la concretezza senza rinunciare alla fluidità emotiva che le caratterizza. Questo intreccio è il vero salto evolutivo possibile.
Tabella riassuntiva
| Ambito | Caratteristica principale | Impatto sugli adulti |
|---|---|---|
| Lavoro | Autonomia operativa | Capacità di soluzione pratica e responsabilità |
| Famiglia | Regole e autonomia | Resilienza emotiva insieme a nodi non detti |
| Società | Conflitto e partecipazione | Pragmatismo politico e senso comunitario |
| Cultura materiale | Riparare e arrangiarsi | Creatività pratica e gestione della scarsità |
FAQ
Domanda 1 Come si traduce oggi questa ‘forza’ nelle relazioni familiari?
La forza si manifesta spesso come capacità di mantenere strutture quotidiane solide. Questo può essere un dono e una trappola. Nei migliori casi aiuta a sostenere figli e nipoti in momenti difficili. In altri casi può significare resistenza a cambiare ruoli emotivi che richiederebbero attenzione nuova. La chiave sta nel riconoscere quando la routine protegge e quando invece occorre prendere in mano i nodi affettivi.
Domanda 2 Quali difetti emergono da questa educazione?
Tra i limiti ci sono la tendenza a minimizzare l’emotività, la difficoltà a cercare aiuto precoce e la possibilità di accumulare tensioni non verbalizzate. Non è una regola universale. Tuttavia numerosi racconti biografici e osservazioni sociali mostrano che la capacità di fare da sé può in alcuni casi mascherare fragilità non risolte.
Domanda 3 Come possono le generazioni successive trarre vantaggio senza replicare gli errori?
Si può raccogliere la concretezza e abbinarla alla consapevolezza emotiva. Imparare a riparare e allo stesso tempo a parlare dei perché. Scegliere la semplicità operativa ma con la volontà di smontare i tabù emotivi. In pratica non si tratta di imitare modelli ma di selezionarne le parti utili con uno sguardo critico e aggiornato.
Domanda 4 Perché questo tema ancora appassiona tanto?
Perché tocca l’identità personale e collettiva. Tutti abbiamo bisogno di capire come siamo diventati adulti. Guardare a una generazione che ha attraversato trasformazioni profonde offre uno specchio utile per misurare i nostri tempi veloci. E poi perché ci fa fare i conti con ciò che perdiamo e ciò che possiamo recuperare.
Domanda 5 Esistono studi scientifici che confermano questa maggiore resilienza?
Esistono ricerche che collegano pratiche educative e ambienti di vita a livelli di perseveranza e adattamento. Non esiste una singola prova che sancisca superiorità assoluta. Piuttosto si parla di pattern osservabili e di coincidenze storiche tra condizioni sociali e tratti psicologici. Citare uno studio senza contesto sarebbe fuorviante ma vale la pena indagare le pubblicazioni in psicologia dello sviluppo e sociologia storica per approfondire.
Domanda 6 Cosa resta aperto e non ho spiegato qui?
Ho evitato di ingabbiare storie individuali in schemi rigidi. Rimangono aperti i racconti personali, le eccezioni e i casi in cui la ‘forza’ si è trasformata in isolamento. Non sempre una caratteristica positiva si traduce in benessere. Alcune domande richiedono ricerche più sottili e storie raccontate da chi ha vissuto quei decenni.
Scrivere di questa generazione non è lodare né condannare. È provare a capire come certe condizioni producano certi caratteri. Alcune risposte sono semplici altri nodi invece aspettano ancora che qualcuno li sciolga.

