Negli ultimi anni si è scritto tanto sulla resilienza e sulle tecniche moderne per gestire le emozioni. Ma c è una traccia sottile e quasi invisibile che molti trascurano: l infanzia vissuta negli anni 60 e 70 ha lasciato nella psiche di una generazione strumenti di autoregolazione emotiva che ancora oggi resistono e, sorprendentemente, sono efficaci. Non è nostalgia. È osservazione pratica, fatta tra case di famiglia e caffè della città, con qualche imprecisione di memoria e molte convinzioni accumulate sul campo.
Un tempo senza terapia strutturata ma con regole non scritte
Chi è cresciuto in quegli anni spesso ricorda una quotidianità meno medicalizzata. Non era che mancassero problemi emotivi. Piuttosto mancava un apparato di etichette cliniche pronte a classificare ogni turbamento. Questa assenza produsse due effetti paralleli. Da un lato la famiglia diventava il luogo naturale della riparazione emotiva. Dall altro i bambini imparavano a negoziare i propri stati d animo con risorse pratiche e immediate: l attenzione di un vicino, il silenzio di una nonna, una punizione che insegnava a gestire aspettative.
La scuola come laboratorio di controllo emozionale
Le scuole degli anni 60 e 70 non erano terapiche ma erano esigenti. Le regole di gruppo imponevano la modulazione dell impulso. Essere calmi in fila, aspettare il proprio turno, tollerare frustrazioni legate a giochi e competizioni: tutto questo costituiva una palestra per l autoregolazione. Conosco molte persone che ancora oggi usano quelle strategie istintive per fermare la rabbia o per ritrovare concentrazione. Non è un metodo codificato ma funziona perché è radicato nel comportamento ripetuto per anni.
Inventare spazi di calma senza app
Non c erano app di mindfulness. Non c erano video tutorial. C era la capacità di creare routine che separavano gli spazi emotivi. Il rito del dopocena fuori dalla porta, la passeggiata con il nonno, l attesa prima del pranzo dominicale: azioni che oggi definiremmo rituali di regolazione. Sono pratiche che insegnano al corpo e alla mente a riconoscere segnali interni e a rispondere con gesti concreti. La loro efficacia sta nella ripetizione e nella semplicità.
Perché queste pratiche resistono
La risposta non è un mistero scientifico ma un fatto sociale. Le pratiche dell infanzia sono diventate abitudini adulte. Le azioni semplici occupano uno spazio operativo nella vita quotidiana e sono attivabili senza grandi riflessioni. Quando qualcuno oggi respira profondamente o si allontana dalla scena per cinque minuti sta usando la stessa economia emotiva delle generazioni precedenti. Cambia la cornice tecnologica ma la meccanica rimane sorprendentemente simile.
La memoria affettiva come regolatore
C è una dimensione meno discussa: la memoria affettiva dei gesti. Un sorriso di una zia, il tono di voce di un maestro, il modo in cui si ricomponeva la casa dopo una lite. Questi elementi di routine costruiscono mappe interne. Quando la vita adulta presenta una crisi, la mappa viene consultata. È un processo che non passa sempre per la parola ma per la ripetizione corporea. Non affermo che sia la migliore delle strategie, ma è una strategia che dà forma e confini al caos emotivo.
Emotional agility is the ability to come to ourselves with courage the courage that allows us to have the difficult conversation the courage that allows us to see that a relationship might even not be working out so that we can take values connected steps.
Questa citazione di Susan David sintetizza un punto chiave. Non serve depurare le emozioni da ogni imperfezione. Serve riconoscerle e usarle. Le pratiche nate negli anni 60 e 70 spesso insegnavano proprio questo: accogliere la sensazione senza farsene travolgere e decidere il passo successivo con la testa e il corpo.
Un errore comune da evitare
Molti articoli contemporanei idealizzano il passato o lo demonizzano. Io non credo né all una né all altra visione. Le abilità di autoregolazione sviluppate in quegli anni sono reali ma imperfette. Alcune poggiano su norme sociali che oggi rifiuteremmo. Altre sono lampi di bonomia che funzionano ancora. Bisogna saper scegliere. La mia posizione è netta: impareremmo più velocemente se combinassimo l intuito pratico del passato con le conoscenze attuali sul cervello e sul comportamento.
Riflesso personale
Mi capita di osservare nei miei amici nati tra il 1955 e il 1975 una pazienza diversa. Non è superiore moralmente. È una pazienza che si misura nel quotidiano. Vede il fastidio come passaggio e non come punto di arrivo. Questo non vuol dire che non soffrano. Vuol dire che hanno affinato un repertorio di risposte che ammortizza l impatto emotivo. Non è sempre elegante. Spesso è grezzo. Però è efficace.
Cosa possiamo riprendere senza restare intrappolati nel passato
Non propongo un ritorno al vecchio regime famigliare. Propongo un recupero selettivo. Prendere le pratiche che funzionano e adattarle. Trasformare il rito della passeggiata in una pausa programmata nella giornata. Mettere in agenda quei piccolissimi gesti che segnano il passaggio da uno stato all altro. L obiettivo è semplice: costruire un ponte pratico tra ciò che sappiamo oggi e ciò che la routine di allora ha lasciato in noi.
Una domanda aperta
Quanto delle modalità di autoregolazione è eredità sociale e quanto è plasticità individuale Non lo sappiamo con precisione. E forse è meglio così. Alcune risposte vanno sperimentate nella vita pratica e non solo lette su un articolo. Questo testo non chiude la questione. Apre la possibilità che valori e pratiche comuni possano essere trasformati in tecniche consapevoli e utili.
| Elemento | Origine | Perché funziona oggi |
|---|---|---|
| Routine familiari | Casa e vicinato | Ripetizione che crea abitudine emotiva |
| Regole scolastiche | Istituzioni educative | Contesto sociale che insegna la modulazione degli impulsi |
| Rituali informali | Pratiche quotidiane | Spazi di separazione tra stati emotivi |
| Memoria affettiva | Esperienze ripetute | Mappe corporee di riparazione |
FAQ
Come posso integrare queste pratiche nella vita moderna senza tornare indietro
Il segreto è scegliere gesti semplici e ripetibili. Non c è bisogno di ricreare intere biografie familiari. Basta individuare un gesto che segnali la fine di un periodo stressante e praticarlo con costanza. La forma varia da persona a persona. Per alcuni è una camminata di dieci minuti. Per altri è preparare una tisana. L importante è che diventi prevedibile e riconoscibile mentalmente come luogo di transizione.
Queste tecniche funzionano per tutti
Non esiste una soluzione universale. Alcune persone traggono grande beneficio da gesti semplici. Altre necessitano di strategie più complesse. La mia osservazione è che molte abilità apprese informalmente nell infanzia possono essere un utile punto di partenza per costruire un repertorio personale. Funzionano meglio se adattate al contesto contemporaneo.
Non è problematico idealizzare quegli anni
Sì lo è se idealizziamo senza critica. Quegli anni portarono anche rigidità culturali e dinamiche problematiche. L approccio corretto è selettivo. Prendere ciò che può essere riadattato e scartare ciò che è dannoso. Questo richiede onestà e la capacità di valutare ogni pratica alla luce dei nostri valori attuali.
Quanto conta la famiglia biologica rispetto all ambiente sociale
Entrambi contano e si intrecciano. La famiglia fornisce i gesti primi ma la comunità e la scuola li consolidano o li modificano. Nella mia esperienza la combinazione di esperienze è ciò che crea la robustezza comportamentale. Non è utile cercare un solo colpevole o un solo merito. La formazione emotiva è un tessuto con molte trame.
Posso insegnare queste pratiche ai più giovani
Sì ma con prudenza. Insegnare non significa imporre. È utile proporre gesti che i giovani possano scegliere di usare. Trasmettere il valore della ripetizione e della semplicità è spesso più efficace che riprodurre rituali precisi. L obiettivo è dare strumenti e non modelli rigidi.
Se c è un messaggio finale è questo. Le pratiche nate nell infanzia degli anni 60 e 70 non sono reliquie. Sono risorse. Non sostituiscono la conoscenza moderna ma la arricchiscono se le sappiamo leggere con occhi presenti e non nostalgici.

