Perché le persone sui 70 anni non tolgono mai la speranza Psicologia chiama la speranza una ancora vitale

Mi è capitato spesso di sedermi a un tavolino in una piazza italiana e ascoltare conversazioni di chi ha passato i settant anni. Non è la nostalgia a guidare quei discorsi. È una tensione sottile e attiva verso il domani che non si spegne, come se la speranza fosse qualcosa di pratico e non un sentimento decorativo. In questo pezzo provo a spiegare perché le persone sui 70 anni non tolgono mai la speranza e perché la psicologia definisce la speranza una vera e propria ancora nella vita quotidiana.

Non è ingenuità. È strategia emotiva.

Si tende a immaginare che chi è avanti con gli anni diventi fatalista o rassegnato. Ho visto invece il contrario: decisioni prese con lentezza e cura, piccoli progetti che resistono non perché illusori ma perché costruiti su esperienze consolidate. La speranza in un settantenne spesso ha la forma di un piano di riserva. Non è insistente ottimismo. È una pratica che mescola memoria, scelte e piccole azioni ripetute.

Il catalogo dei fallimenti utili.

Una persona che ha ottanta inverni sulle spalle ha testato molte strade e lasciato andare ciò che non funziona. La speranza si nutre di questa archiviazione pratica: sono meno attratti da grandi promesse e più attenti a esiti realizzabili. In italiano, mi piace pensare a questo come a una speranza calibrata. Non ha bisogno di parole altisonanti perché già conosce i limiti del linguaggio.

Perché la speranza resiste quando il corpo cambia.

Non voglio dire che l’invecchiamento renda automaticamente più speranzosi. Ciò che cambia è il rapporto con il tempo. Con la percezione di un tempo finito si selezionano priorità, e spesso la speranza si sposta da grandi entità astratte a gesti quotidiani che mantengono una persona connessa al mondo. Questo ridisegno della speranza la rende meno fragile.

“I think of old age as the richest form of emotional satisfaction that is possible.” Laura L Carstensen Professor of Psychology and founding director Stanford Center on Longevity Stanford University.

Questa frase di Laura Carstensen non parla di illusioni. Indica un diverso peso emozionale delle cose. Per chi ha vissuto molto, la speranza non è un carburante illimitato ma una forma di energia selettiva che alimenta solo ciò che ha senso continuare a curare.

Speranza come abilità sociale e culturale.

Ho osservato che in famiglia, nei gruppi di amici, nelle comunità locali le persone sui 70 anni spesso funzionano come centri di orientamento. La loro speranza si manifesta nell’investire negli altri: un nipote a cui si presta attenzione, una conoscenza che viene aiutata a rimettersi in piedi. Questo legame sociale non è semplice sentimentalismo. È una strategia che mantiene vivi scopi concreti e contesti utili a sostenere la speranza fino a che serve.

Il ruolo della routine e dei riti.

I riti quotidiani non sono ripetizioni vuote. Per chi è nei settanta, la routine può diventare il palcoscenico dove si esercita la speranza. Andare a fare la spesa in un mercato vicino, curare una pianta sul balcone, telefonare a un amico: questi atti riducono l’ansia dell’incertezza trasformandola in un campo di prova per possibilità modeste ma reali.

Perché la psicologia definisce la speranza una lifeline.

Le ricerche in psicologia vedono la speranza come un processo che combina obiettivi chiari e la capacità di immaginare vie alternative per raggiungerli. È una skill, non solo un sentimento. Ed è per questo che risulta particolarmente preziosa con l’avanzare degli anni: aiuta a navigare limiti nuovi senza perdere la direzione.

Non tutto è misurabile e non tutto deve esserlo. Alcune forme di speranza restano fragili e private. Ma la tendenza generale è che chi ha attraversato molte stagioni sa risparmiare la speranza per ciò che conta davvero.

Rischi e inganni della speranza adulta.

Non voglio mitizzare il tema. La speranza può diventare trappola quando mantiene attaccati a relazioni tossiche o a scelte ormai inutili. A volte legami affettivi impediscono il distacco necessario. Ecco perché osservare come gli over 70 gestiscono la speranza offre anche lezioni su quando lasciar andare: non tutto va conservato.

La speranza che guarisce e la speranza che imprigiona.

Conosco persone che dopo una perdita hanno ricominciato a vivere grazie a piccoli rituali quotidiani. Ne conosco altre che hanno rincorso un passato perduto fino a consumarsi. La differenza spesso sta nella compresenza di rete sociale e di pratiche concrete che sostengono piani realistici. Per questo la speranza sana ha un volto operativo.

Un invito non consolatorio.

Il messaggio non è: invecchiare rende patrimonio di virtù. È piuttosto: l’esperienza permette di trasformare la speranza in strumento e non in abbellimento. Non sto proponendo una formula magica. Alcune situazioni restano spaventosamente incomprensibili e la speranza non sempre basta. Ma spesso è l’unico filo che collega ciò che possiamo ancora fare con ciò che desideriamo ancora vivere.

Se dovessi farmi esplicito: preferisco la speranza che ispira azione concreta alla speranza che finge. Ed è in questo senso che vedo gli over 70 insegnare ancora.

Conclusione aperta

La speranza nelle persone sui 70 anni non è una reliquia. È un dispositivo pratico che si adatta alle circostanze. Sovente nasconde una disciplina fatta di scelte quotidiane, memoria, comunità e realismo. Non la romanzerei. Ma neanche la sottovaluterei. Se credete che la speranza sia soltanto una questione di gioventù, tornate a parlare con qualcuno sopra i settanta e ascoltate con attenzione ciò che propone: potreste riconsiderare molte idee stantie.

Tabella riassuntiva

TemaIdea chiave
ModalitàSperanza come pratica quotidiana e strategica.
TempoLa percezione di tempo limitato modula gli obiettivi.
SocialeLa speranza si nutre di relazioni e ruoli sociali concreti.
RischiPuò essere trappola se non aggiornata a nuove realtà.
PsicologiaConsiderata abilità cognitiva che combina obiettivi e percorsi.

FAQ

Perché molte persone sopra i 70 anni sembrano più serene rispetto ai giovani?
Le ricerche indicano che con l età cambia la gestione delle emozioni e la selezione degli obiettivi. Esperienza e pratica di adattamento riducono la frequenza delle emozioni negative e aumentano un senso di equilibrio. Non è universale ma è una tendenza osservata in diversi studi longitudinali.

La speranza cambia con le condizioni di salute?
Certo. Cambiamenti fisici e cognitivi influenzano cosa una persona considera possibile. Tuttavia la speranza spesso si sposta su obiettivi adattativi invece che scomparire. La qualità della rete sociale e la possibilità di pianificare rimangono fattori determinanti.

Come si distingue una speranza sana da una che imprigiona?
Una speranza sana è orientata a risultati raggiungibili e si aggiorna quando cambiano le condizioni. Quella che imprigiona tende a mantenere aspettative fisse nonostante evidenze contrarie e può consumare risorse fisiche ed emotive senza benefici reali.

È possibile imparare dalla speranza degli over 70?
Sì. Si può osservare come trasformano l esperienza in piani pratici, come creano routine che danno senso e come investono nelle relazioni. Prendere spunto non significa imitare tutto ma adattare alcune pratiche alla propria vita.

La speranza è la stessa per tutti i contesti culturali?
No. Le pratiche di speranza dipendono anche dal contesto culturale e sociale. In Italia vedere la famiglia e la comunità come risorse è frequente e questo modifica la forma che prende la speranza rispetto ad altri contesti.

Perché parlo con tono non neutro su questo tema?
Perché ho visto persone che davvero reinventano il loro modo di sperare dopo i settanta. Non è romantico ma ha effetti concreti nella vita quotidiana. Credo che valga la pena considerare la speranza come una competenza, non come una pigrizia emotiva.

Author

  • Antonio Romano is a seasoned professional cook and the owner of Ristorante Pizzeria Dell’Ulivo in Mugnano del Cardinale. He has spent years working daily in a commercial kitchen, mastering every aspect of Italian cooking. His expertise spans traditional pizza making, classic Campanian dishes, and regional Italian specialties, with a deep understanding of ingredient selection, handling, and pairing.

    In addition to cooking techniques, Antonio is highly experienced in kitchen workflow and efficiency, including food storage, preservation, and organization. He knows how to maximize freshness, reduce waste, and maintain ingredients at peak quality — skills that are essential both in a professional kitchen and at home. Through this knowledge, he shares practical tips and tricks for storing vegetables, cheeses, meats, and dry goods, teaching readers how to extend shelf life, maintain flavor, and prepare ingredients safely and efficiently.

    Antonio’s approach goes beyond simply creating recipes. He emphasizes smart cooking practices, from prepping ingredients ahead of time to mastering storage techniques that save both time and money. He helps home cooks understand how to balance freshness, flavor, and convenience, making everyday cooking easier, more enjoyable, and more reliable.

    Through this website, Antonio brings decades of professional experience to a home-cook audience, offering hands-on recipes, kitchen hacks, and storage advice. His goal is to help anyone, whether beginner or experienced, cook with confidence, preserve ingredients effectively, and create flavorful, stress-free meals.

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