È una sensazione strana incontrare un sessantenne che risponde di no con tranquillità. Non è scortesia. Non è rigidità sterile. È una linea netta nel terreno delle relazioni che non cerca giustificazioni. Di solito, quando parlo di confini personali con clienti più giovani, la loro reazione iniziale è una specie di vertigine. Confine che cosa. Dove. Perché. Chi decide. Per la generazione cresciuta negli anni 60 e 70 molte di queste domande non erano prive di risposta. Certe regole sociali erano assunte, non negoziate ogni cinque minuti.
Un clima culturale che insegnava i bordi
Negli anni 60 e 70 l Italia e gran parte dell Occidente vivevano trasformazioni che spostavano lo sguardo dall autorità immobile all autonomia pratica. Ma questo non significava assenza di confini. Piuttosto, il confine veniva ridefinito: non più solo comandi dall alto ma limiti chiari dettati dall esperienza quotidiana. Le famiglie erano più grandi. I rapporti intergenerazionali erano meno liquidi. I bambini imparavano a separare il proprio spazio emotivo e performativo in modo quasi istintivo. Non era un manuale stampato. Era un saper fare che si trasmetteva sul campo.
La disciplina come cornice e non come punizione
Ho visto anziane signore raccontare con leggerezza come nelle loro case ci fosse una routine di ruoli e responsabilità. Quella routine poteva sembrare severa se osservata dal presente. Eppure funzionava come un sistema per evitare il sovraccarico emotivo. I genitori non erano terapeuti a tempo pieno. Erano regolatori sociali che offrivano strutture. Questo non è nostalgia mia. È un osservazione: la disciplina, intesa come cornice, favorisce confini più robusti.
Le scuole e il lavoro come palestra di confini
Si torna spesso a nominarle come istituzioni soffocanti. Eppure le scuole di quei decenni addestravano al senso del limite attraverso impegni ripetuti. Arrivare in orario. Consegnare il compito. Accettare l autorità dell insegnante. E lo stesso valeva per il mondo del lavoro che ancora funzionava su contratti impliciti di responsabilità. Quelle pratiche incidevano sul carattere in modo concreto. Non è roba astratta. È allenamento ripetuto.
Da dove nasce la sicurezza di dire no
Dire no non è un dono. È una tecnica sociale che si acquisisce quando il tessuto della società ti offre alternative percorribili. Se sai che rifiutare una richiesta non ti consegnerà automaticamente al discredito sociale o all isolamento economico, impari a usare il no senza drammi. Molte persone nate negli anni 60 e 70 hanno sperimentato questo. Hanno affrontato rifiuti e hanno trovato altre vie. E questo ha nutrito la capacità di separare interessi altrui dai propri.
Teorie e terapia che hanno modellato confini
Non è tutto spontaneo. Negli USA e in Europa teorici e clinici sperimentavano approcci che mettevano al centro la struttura familiare e i ruoli. La terapia familiare strutturale per esempio ha introdotto concetti come l enmeshment e la necessità di differenziazione. Queste idee hanno filtrato nel linguaggio comune e poi nell esperienza pratica delle persone. Quando una teoria diventa pratica si vede la differenza: i confini si fanno più operativi.
“This is the only world that theyve ever known.” Jean M Twenge Professor of Psychology San Diego State University.
Questa frase di Jean Twenge è spesso citata in discussioni generazionali. Di solito si usa per spiegare come il contesto tecnologico plasmi aspettative e confini. Nessuna generazione nasce con confini scolpiti. Li costruisce nella relazione con il suo ambiente. Se l ambiente cambia rapidamente, anche i confini cambiano o sbiadiscono.
Perché oggi i confini sono più evanescenti
È facile dare la colpa alla tecnologia. Ma il problema è più articolato. Oggi la sfera privata è continuamente richiesta di performance emotiva. Le relazioni professionali si intrecciano con messaggi istantanei. L ascolto profondo si ricava con fatica. In più la narrazione istruisce i genitori a essere simultaneamente supportivi e performanti. Il risultato è una generazione di adulti che tende a privatizzare i propri limiti fino al punto di non percepirli più distinti dagli obblighi degli altri.
Non tutto è peggioramento
Non sto dicendo che gli anni 60 e 70 fossero il paradiso dei confini. C erano rigidità che ferivano. Ma la differenza è nella chiarezza. Anche i comportamenti che oggi chiamiamo tossici risultano più facili da diagnosticare quando esiste una cornice condivisa. Parlo da chi ha ascoltato storie familiari complesse. Quando il quadro di riferimento manca, tutto diventa soggettivo e quindi più faticoso da governare.
Qualche spunto pratico che non è un vademecum
Se vuoi capire dove mettere un confine prova a osservare tre elementi nella tua vita quotidiana. Chi decide le priorità. Chi paga il prezzo emotivo dei problemi. Chi detiene la capacità di cambiare un accordo. Queste osservazioni non sono regole rigide. Sono lente di ingrandimento. A volte vedrai che il confine è già lì ma non lo riconosci. Altre volte capirai che va costruito pezzo per pezzo.
Una opinione personale
Non mi piace l idea che la generazione più anziana sia un modello da copiare pedissequamente. Però penso che la lezione principale da prendere sia pratica e non morale. Non riguarda chi è duro o chi è gentile. Riguarda il modo in cui una società insegna a distinguere il mio dal tuo. E questo si costruisce con pratiche ripetute non con slogan empatici di un weekend.
Conclusione aperta
Gli anni 60 e 70 hanno prodotto adulti capaci di tracciare confini chiari perché viverci significava imparare a farlo quotidianamente. Oggi la sfida è restituire alle persone strumenti pratici e non narrazioni giudicanti. Non pretendo d avere tutte le risposte. Mi accontento di indicare un punto d ingresso: osservare le pratiche e ricostruire quel training relazionale che rende possibile un no detto senza vergogna.
La storia continua a cambiare e con essa la geografia dei confini. Ma certe abilità restano replicabili. Occorre solo smettere di cercare scorciatoie morali e riprendere a praticare la separazione con lentezza e disciplina.
Tabella riassuntiva
| Idea centrale | Spiegazione |
|---|---|
| Clima culturale | Le trasformazioni sociali degli anni 60 70 crearono nuove pratiche di autonomia e ruolo. |
| Istituzioni formative | Scuola e lavoro allenavano alla responsabilità e alla separazione dei ruoli. |
| Terapia e teoria | Concetti clinici come enmeshment influenzarono la percezione dei confini. |
| Contesto contemporaneo | La tecnologia e la fluidità relazionale rendono oggi i confini più complessi. |
| Approccio consigliato | Osservazione pratica delle responsabilità e ricostruzione di routine relazionali. |
FAQ
Come facevano a imparare i confini senza una teoria psicologica?
Non serviva una teoria per imparare. Si apprendeva per imitazione e ripetizione in contesti di responsabilità condivisa. Le pratiche quotidiane fungevano da scuola informale. Andare a lavorare ogni giorno o rispettare turni domestici costituivano esercizi di separazione e negoziazione che oggi molte famiglie non vivono più con la stessa intensità.
È possibile ricreare oggi quella chiarezza di confini?
Sì ma richiede strumenti concreti e tempo. Non è questione di applicare frasi fatte. È raccogliere comportamenti ripetitivi che definiscano ruoli e responsabilità. Per esempio stabilire orari in cui non si rispondono messaggi professionali o delegare compiti senza sentirsi colpevoli. Questi gesti banali costruiscono confini nel tempo.
La tecnologia è l unico responsabile della confusione sui confini?
No. La tecnologia amplifica e rende pervasive certe pressioni ma non crea da sola la fragilità dei confini. Anche cambiamenti economici culturali e familiari giocano ruoli importanti. La tecnologia è un fattore che semplifica la contaminazione delle sfere private e pubbliche ma non ne è la sola causa.
Che ruolo hanno le scuole nel formare confini oggi?
Le scuole possono riassumere pratiche di responsabilità e cooperazione ma il loro impatto è limitato se la casa e il lavoro non offrono coerenza. Una scuola che insegna rispetto dei ruoli senza che la comunità lo supporti rischia di generare dissonanza. Serve una rete di pratiche condivise tra istituzioni e famiglie.
Qual è il primo passo per una persona che vuole instaurare confini più chiari?
Osservare. Capire chi paga il prezzo emotivo di una decisione chi esegue e chi decide. Da lì si può cominciare a dire no in modo strategico e non reattivo. Il secondo passo è la ripetizione. I confini si rafforzano con l abitudine non con il monito.

