Ho cominciato a parlarne per caso durante un pranzo di famiglia. Due cugini nati negli anni 70 sembravano scivolare sopra le difficoltà come se avessero una pellicola invisibile che li proteggesse dagli urti quotidiani. Non era indifferenza. Non era rassegnazione. C’era qualcosa di diverso nel modo in cui prendevano decisioni sotto pressione. Questa sensazione mi ha portato a scavare tra studi, racconti personali e osservazioni cliniche. Quello che segue è un tentativo di spiegare perché le generazioni cresciute negli anni 60 e 70 mostrano spesso una gestione dello stress più solida, con opinioni nette, alcune aperture e pochi cerotti consolatori.
Una generazione rimodellata dalla scarsita e dall adattamento
Chi è nato negli anni 60 e 70 ha visto cambiamenti tecnologici che oggi ci sembrano banali ma che allora erano rivoluzioni continue. Telefoni fissi con fili. Cataloghi per ordini a distanza. Lentezza obbligata di molti processi. Quella lentezza ha forgiato una specie di pazienza pratica. Non intendo dire che la pazienza sia una virtù romantica. Intendo dire che avere sperimentato la necessità di organizzarsi prima che arrivasse una risposta istantanea ha allenato abilita cognitive utili sotto stress: pianificazione semplice, priorita immediate e una ridotta dipendenza dal feedback continuo.
Per molti appartenenti a quelle coorti la sopravvivenza emotiva passava per la capacità di riparare, riadattare e proseguire. Riparare una lavatrice in piena domenica significa fare i conti con imprevisti senza delegare tutto al primo servizio on demand. E chi pratica quel tipo di gestione pratica impara a non trasformare ogni problema in un cataclisma emotivo.
Memorie resilienti e definizioni di successo meno fragili
Un elemento psicologico sottovalutato è la storia autobiografica. Le persone formate in quegli anni spesso hanno narrazioni di vita che integrano sofferenze e trionfi senza iper-semplificazioni. Questo non è sano per definizione ma aiuta a non esporre ogni piccola crisi alla logica del tutto o niente. La capacità di mettere un evento stressante dentro una cornice temporale piuttosto che renderlo il centro dell universo emotivo è pratica e cultura insieme.
La scienza che rafforza l impressione
Non voglio trasformare impressioni familiari in dogmi. Però la ricerca sulla regolazione emotiva e sull aging mostra pattern interessanti. Studi longitudinali e metanalisi suggeriscono che con l età alcune strategie di coping diventano più efficienti. Non succede a tutti e non avviene magicamente. Ci sono variabili personali, economiche e sociali che contano. Rimane però il fatto che, mediamente, la percezione del tempo e delle priorita cambia e porta con sé una gestione dello stress diversa.
“If you look across the world across the sixty countries that have been studied the peak age of happiness tends to be about eighty two. People get happier.” Daniel J. Levitin Professor Emeritus of Behavioural Neuroscience McGill University
Questa osservazione del neuroscienziato Daniel Levitin non spiega tutto ma fornisce un punto di partenza: l emozione e la valutazione soggettiva dello stress mutano lungo la vita. Nei fatti, molte persone nate negli anni 60 e 70 hanno attraversato crisi economiche giovanili e poi periodi di stabilizzazione che hanno insegnato a modulare la risposta emotiva.
Contrasto con le generazioni digital native
Non è una contrapposizione morale. Non sto dicendo che i piu giovani siano meno capaci. Dico però che la velocita informativa contemporanea tende a sovraccaricare quei meccanismi di filtro che invece le generazioni precedenti hanno affinato per force. Ricevere centinaia di stimoli ogni giorno altera la soglia di allerta e rende lo stress piu frequente e piu persistente. Chi ha imparato a vivere con ritmi meno frenetici possiede una soglia di tolleranza diversa.
Fattori sociali e normativi che contano
Gli anni formativi definiscono anche condizioni economiche e sociali. Il lavoro stabile per decenni non era la norma universale ma era piu diffusa una speranza di continuita. Questo ha permesso a molte persone degli anni 60 e 70 di sperimentare la costruzione graduale di reti sociali che funzionano come ammortizzatori dello stress. Amici long term e relazioni di vicinato che non nascono su algoritmi migliorano la capacita di chiedere aiuto e di ottenere supporto pratico senza sentirsi colpevoli.
Educazione emotiva informale
Nella pratica quotidiana si imparava, spesso senza terapia, a negoziare conflitti, a fronteggiare lutti, a rimettere insieme le cose dopo fallimenti. Questo e stato un insegnamento sporco e non sempre sano, ma ha lasciato strumenti pratici. L educazione emotiva di massa non era un corso universitario ma una serie di raccomandazioni familiari, rituali locali, e abitudini di autoriparazione che funzionano ancora.
Perché non bisogna idealizzare
Non ho alcuna voglia di santificare una generazione. Ci sono sacche di fragilita anche tra i nati negli anni 60 e 70. Molti hanno problemi di salute cronica, solitudine o traumi non risolti. La mia posizione è provocatoria: l idea che quella fascia d eta sia semplicemente “piu forte” è fuorviante. Esistono tendenze statistiche, non verita eterne.
Inoltre la resilienza non è un bene infinito. Accumulare adattamenti senza curare ferite emotive porta a soluzioni che reggono ma non migliorano la qualità della vita. Qui sto prendendo una posizione non neutrale: preferisco persone che imparano a chiedere aiuto piuttosto che quelle che si convincono che sostenere tutto sia un albo d oro della maturita.
Osservazioni personali
Parlando con amici e clienti ho notato una cosa: molti, nati in quegli anni, usano l ironia come una specie di termometro. Ridono dell assenza di controllo ma sanno quando intervenire seriamente. E questa alternanza di leggerezza e concretezza è una risorsa. Non so se sia generalizzabile ma so che funziona nelle relazioni quotidiane.
Conclusione aperta
La psicologia offre frammenti utili per capire perché i nati negli anni 60 e 70 sembrano gestire meglio lo stress. Ci sono elementi biologici cognitivi sociali e storici che contribuiscono. Ma la domanda non è chi è meglio in assoluto. La domanda è che cosa possiamo imparare da questi modelli e come evitare di trasformare il vissuto in un dogma. Io credo che si debba celebrare la competenza pratica senza rinunciare a curare la vulnerabilita.
Se c e un messaggio finale lo direi cosi: non copiare il comportamento di una generazione come se fosse una formula. Guarda invece le strategie dietro quel comportamento e adatta quelle strategie alla tua vita. Alcune funzionano sempre. Altre no. Restano molte cose da esplorare.
Riepilogo sintetico
| Fattore | Perche conta |
|---|---|
| Ritmi formativi | Hanno allenato resilienza pratica e pianificazione. |
| Narrazione autobiografica | Permette di contestualizzare gli eventi stressanti. |
| Strutture sociali | Reti di supporto non digitali che mitigano emergenze emotive. |
| Esperienze economiche | Periodi di stabilita relativa hanno favorito strategie di coping efficaci. |
| Regole non scritte | Riparare e adattare come pratica quotidiana di coping. |
FAQ
1. Tutti nati negli anni 60 e 70 gestiscono lo stress meglio?
No. Non tutti. Sto parlando di tendenze statistiche e di fattori culturali che possono favorire certe strategie di coping. Esistono ampie variazioni individuali dovute a traumi personali salute economica e contesto sociale. È importante non trasformare tendenze generazionali in etichette definitive per le persone.
2. Quale ruolo gioca la tecnologia in questa differenza generazionale?
La tecnologia aumenta la frequenza e la velocita degli stimoli rendendo piu difficile ritagliarsi spazi di attenzione. Le generazioni cresciute prima della diffusione massiva di internet hanno meno automatismi di risposta digitale e questo può tradursi in una maggiore capacita di ricalibrare sotto pressione. Non è una legge ma un fattore osservabile.
3. Possiamo imparare le strategie di chi è nato negli anni 60 e 70?
Sì. Strategie come stabilire routine semplici creare reti di vicinato curare abilita pratiche e imparare a dare priorita sono trasferibili. Il punto critico è adattare queste pratiche al contesto personale e non idealizzarle come ricette universali.
4. Cosa dicono gli studi psicologici a riguardo?
La letteratura indica che la regolazione emotiva e la percezione del tempo cambiano con l età e che alcune strategie di coping diventano piu efficaci. Ci sono anche ricerche su prospettive future e soddisfazione soggettiva che mostrano picchi di benessere in eta avanzata. Questi risultati supportano l idea che l esperienza contribuisce a una diversa gestione dello stress ma non spiegano ogni singolo caso.
5. Ci sono limiti a queste conclusioni?
Sì. Molte. Le variazioni individuali le condizioni socioeconomiche i dati longitudinali incompleti e i bias culturali rendono cauti nel trarre conclusioni assolute. Rimane però utile osservare pattern e provare a estrarne pratiche utili per il presente.
6. Come interpreta la psicologia l uso dell ironia da parte di questa generazione?
L ironia può funzionare come una strategia di regolazione emotiva. Non è evasione sistematica ma un modo per ridurre l intensita di una situazione prima di affrontarla concretamente. Spesso è accompagnata da un atteggiamento pratico che affronta il problema dopo averne ridotto la carica emotiva.

