La frase gira nelle chat di famiglia e nei titoli leggeri dei siti: psicologi collegano le infanzie degli anni 1960 e 1970 a una maggiore tolleranza alla frustrazione. Sembra una spiegazione commovente per certe nonne che non si lamentano mai e per padri che sorridono davanti a un problema tecnico. Ma cosa c’è di vero, cosa è storytelling generazionale e cosa è semplificazione per vendere click?
Un’osservazione che puzza di nostalgia ma regge qualche prova
Non tutte le dichiarazioni che emergono sui social sono accompagnate da dati solidi, eppure esistono ricerche serie che mostrano come i contesti di crescita influenzino alcuni meccanismi emotivi. Gli anni 60 e 70 offrirono realtà quotidiane diverse dall’era digitale: attese più lunghe, minore iperstimolazione visiva e responsabilità precoci. Tutto ciò non implica automaticamente superiorità morale o psicologica ma fornisce opportunità di allenamento ripetitivo della pazienza e della tolleranza allo stress.
La differenza tra esperienza e laboratorio
È importante separare le narrazioni generazionali dai risultati sperimentali. Per esempio la replica moderna del famoso test del marshmallow ha mostrato cambiamenti nel tempo nella capacità di attendere una ricompensa. Alcuni studi suggeriscono miglioramenti nei bambini contemporanei rispetto agli anni 60. Altri lavori invece mettono in luce come la frustrazione e la regolazione emotiva siano plasmate anche da fattori culturali e sociali non facilmente replicabili in laboratorio.
La nostra ricerca mostra che variazioni nell’educazione e nell’ambiente possono spiegare differenze nelle abilità di attesa ma non raccontano tutta la storia. Le condizioni di vita e le opportunità di pratica contano davvero. Dr. Elizabeth Carlson Assistant Professor College of Education and Human Development University of Minnesota.
Questa osservazione di Dr. Elizabeth Carlson sintetizza un punto che spesso sfugge: non è tanto l’epoca in sé quanto le occasioni che un’epoca crea per allenare certe competenze.
Perché la frustrazione è diversa da prima ma non per forza peggiore
Spesso si confondono tre cose: la capacità di aspettare, la capacità di regolare emozioni intense, e la resilienza di fronte a ostacoli prolungati. Gli anni 60 e 70 potevano addestrare tutte e tre in modi particolari. Una fila alla posta, una bicicletta rotta senza pronto servizio assistenza, una sera senza televisione: piccole prove di resistenza ripetute nel tempo. Per chi scrive questo non suona come un rimpianto romantico ma come una descrizione di esercizi quotidiani che, ripetuti, modificano traiettorie comportamentali.
Un allenamento che oggi non esiste più
Ciò che manca nelle generazioni digitali non è soltanto la noia ma la struttura intermittente della difficoltà. Quando ogni ostacolo ha una scorciatoia digitale o quando l’intervento adulto è costante, il cervello riceve pochi segnali per consolidare strategie di coping autonome. Non è una condanna: è una diversa distribuzione delle esperienze formative.
Non tutti gli anni 60 e 70 sono uguali
Fare generalizzazioni è pericoloso. L’Italia degli anni 60 e 70 era fatta da differenze regionali marcate, da classi sociali che offrivano opportunità diverse e da dinamiche familiari non uniformi. Un bambino in una grande città aveva esperienze diverse da uno in un piccolo paese rurale. Quando si legge che psicologi collegano quegli anni a una maggiore tolleranza alla frustrazione bisogna chiedersi sempre: quali cohorti, quali studi, quali indicatori?
La fallacia del ricordo selettivo
Chi oggi racconta storie di infanzie temprate dalla mancanza tende a ricordare i casi di successo. Le memorie sono selettive. È facile costruire un racconto coerente partendo da aneddoti. La scienza invece chiede comparazioni ripetute, controllo di variabili e campioni che rappresentino la varietà di un paese.
Qualche intuizione personale non convenzionale
Permettetemi una piccola opinione: il confronto generazionale spesso serve più a confortare adulti che cercano senso in tempi incerti che a illuminare i giovani. Io vedo un’opportunità. Se la pratica ripetuta di piccoli disagi costruisce tolleranza, allora possiamo progettare ambienti moderni che offrono esercizi sani di frustrazione senza essere punitivi. Non è tornare al passato. È estrarre ciò che funzionava e remixarlo in chiave contemporanea.
Un altro punto che non si dice abbastanza è che la tolleranza alla frustrazione non è un bene assoluto. A volte la capacità di non reagire è stata coltivata insieme a un alto grado di repressione emotiva. Alcune persone cresciute in contesti rigidi mostrano calma esteriore ma soffrono di espressione emotiva limitata. Non scambiamo resistenza con salute emotiva completa.
Implicazioni pratiche per chi cucina la propria vita quotidiana
Chi passa ore in cucina lo sa: certi processi richiedono pazienza e gestione dell’errore. Forse la cucina è un laboratorio dove possiamo rileggere la lezione degli anni 60 e 70. Non intendo suggerire ricette della nostalgia ma piccoli esercizi di attenzione e tolleranza alla frustrazione applicati al quotidiano. La cucina insegna che non tutto arriva subito e che l’errore è spesso la via più veloce per imparare.
Non tutto è replicabile, ma vale provare
Non pretendo che la soluzione sia tornare a tempi senza internet. Però credo sia possibile creare zone della vita dove il sollievo immediato non sia la risposta standard. Questo non significa rinunciare al progresso. Significa soltanto scegliere, con consapevolezza, dove esercitare la pazienza.
Conclusione aperta
Se psychologi collegano le infanzie degli anni 60 e 70 a una maggiore tolleranza alla frustrazione la cosa va letta con cura. Ci sono segnali empirici e molte storie coerenti, ma la questione rimane complessa. La mia posizione è chiara: non idealizzo quel passato ma lo guardo come a una libreria da cui prendere alcuni buoni testi. Possiamo costruire pratiche attive nella quotidianità che aiutino anche le generazioni nate con uno schermo in mano a sviluppare strumenti di gestione emotiva più robusti.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Esperienze ripetute modellano la tolleranza | La pratica quotidiana crea connessioni comportamentali durature. |
| Non esiste un passato omogeneo | Le condizioni socioeconomiche e regionali fanno la differenza. |
| Tolleranza non è sinonimo di salute emotiva | Può nascondere repressione affettiva o mancanza di espressione. |
| Possiamo progettare pratiche moderne | La tecnologia non esclude spazi per allenare la pazienza. |
FAQ
1. È scientificamente provato che chi è cresciuto negli anni 60 e 70 tolleri meglio la frustrazione?
La risposta non è netta. Esistono studi che indicano differenze comportamentali legate al contesto storico e culturale, ma non c’è un singolo lavoro che dimostri una regola universale per tutte le persone nate in quegli anni. Gli studi mostrano tendenze e associazioni più che causalità semplice. È necessario considerare variabili come classe sociale istruzione luogo di residenza e politiche educative del tempo.
2. Le generazioni giovani sono davvero meno resilienti?
Dipende dalla misura che usi per definire resilienza. Alcune ricerche rilevano miglioramenti in abilità cognitive specifiche come il delay of gratification in repliche moderne del test del marshmallow. Altre osservazioni cliniche parlano di una minore tolleranza allo stress emotivo dovuta a iperstimolazione digitale e a minore esposizione a difficoltà ripetute. Non è corretto etichettare intere generazioni senza sfumature.
3. Cosa possiamo imparare dal passato senza fossilizzarci?
Possiamo individuare pratiche utili da adattare: routine che richiedono attesa esercizi che stimolano l’autonomia e spazi liberi da interventi immediati. Non si tratta di regressione ma di progettare ambienti che permettano esperienze formative mirate. La cosa interessante è che molte di queste pratiche si possono inserire nella vita quotidiana senza rifiutare la tecnologia.
4. Ci sono rischi nell’incoraggiare la maggiore tolleranza alla frustrazione?
Sì. Spingere qualcuno a tollerare senza riconoscere il bisogno di espressione emotiva può indurre soppressione e peggiorare il benessere. La tolleranza sana deve convivere con la capacità di chiedere aiuto e di elaborare le emozioni. È un equilibrio delicato che richiede attenzione al contesto individuale.
5. Come si riconosce la differenza tra calma sana e repressione?
La calma sana permette espressione quando necessario e non si accompagna a sensazioni di vuoto o alienazione. La repressione mostra segni di evitamento ripetuto e di difficoltà nelle relazioni intime. Riconoscere la differenza richiede osservazione delle capacità di comunicazione emotiva e della qualità delle relazioni sociali.

