È una frase che sento spesso in cucina tra amici più grandi e nella sala d’attesa dallo psicologo: quelli nati negli anni 60 e 70 si muovono nel mondo con una specie di calma che somiglia alla resilienza. Non è la nostalgia dolceamara del passato. È qualcosa di pratico e sporco: abitudine a sistemare quello che si rompe, ad aspettare, a reggere la fatica senza urlarla. Psicologi contemporanei stanno etichettando questa costellazione di comportamenti con parole aggiornate ma la sostanza era già lì, prima che diventasse un concetto tecnico.
Non una mitologia generazionale ma un apprendimento quotidiano
Quando parlo con persone nate in quegli anni noto subito che molte hanno imparato a tollerare l’attesa senza ricorrere a un dispositivo che fornisce sollievo immediato. Hanno letto interi libri in tempi in cui un romanzo non era un file da consumare in una pausa caffè. Hanno risolto problemi domestici con la stessa manualità con cui oggi si cerca una risposta su internet. Questo non significa superiorità automatica. Significa esperienza ripetuta, cioè allenamento. Il termine resilienza oggi è scientifico e benvenuto, ma la pratica antecedente resta materiale: sudore, errori e piccoli aggiustamenti quotidiani.
Le radici sociali di un carattere
Negli anni 60 e 70 le famiglie e le comunità funzionavano con regole meno protettive e più responsabilizzanti. I bambini avevano spazi non sorvegliati, pochi strumenti per distrarsi, e una cultura che tollerava l’errore come lezione piuttosto che come trauma da medicalizzare. Questo contesto ha formato schemi di comportamento che oggi vediamo come tratti mentali: capacità di reggere un disagio, autonomia pratica, attitudine a lavorare su problemi che non si risolvono con un like.
Resilience is not about never breaking. It is about learning that breaking is survivable and sometimes reshapes you for the better.
La citazione di Donald Meichenbaum è utile perché collega un concetto clinico a una pratica culturale. Non siamo davanti a un destino genetico ma a meccanismi di adattamento che si costruiscono in contesti specifici. E qui voglio spingere una mia osservazione personale: molti di questi adattamenti sono ambivalenti. La stessa capacità di non farsi travolgere può diventare reticenza a chiedere aiuto, un tratto che oggi paghiamo quando la sofferenza richiede cura esplicita.
Come si manifesta oggi quella resilienza
La resilienza pre-nome si vede nelle piccole cose. Nella pazienza di chi sa aspettare la risposta giusta. Nel metodo di riparare una cosa rotta anziché sostituirla. Nella capacità di discutere di persona, di sopportare il silenzio senza colmarlo subito con parole. Queste abilità non sono virtù astratte: aiutano a gestire crisi economiche, malattie o cambiamenti lavorativi con meno isteria collettiva e più soluzione pratica.
Non sto celebrando un mito. Molti di quegli anni hanno custodito norme che oggi sappiamo disfunzionali: incapacità di parlare di emozioni, rigidità di ruoli, normalizzazione dell’isolamento. Eppure quell’addestramento alla difficoltà ha prodotto anche strumenti di sopravvivenza che in tempi di incertezza tornano utili.
La discreta arte del riadattamento
Un altro elemento che spesso manca nelle analisi ipersemplificanti è la differenza tra resilienza come rigidezza e resilienza come plasticità. Le persone nate in quei decenni spesso mostrano una forma di plasticità maturata in età adulta: sanno leggere i segnali di un ambiente che cambia perché l’hanno visto cambiare davvero. Ma non sempre la plasticità è accompagnata da una domanda consapevole sul proprio stato interno. Si sa adattare all’esterno e talvolta si trascura l’interno.
Che cosa può imparare chi è più giovane
Se c’è qualcosa di pratico da prendere è il senso del tempo come maestra. La generazione piú giovane vive in un presente accelerato dove la frustrazione si placa con la velocità. Eppure la pazienza strategica non è un sacrificio: è una tecnica. Imparare a tollerare l’attesa, a non far diventare l’inconveniente un dramma, a provare soluzioni senza documentare ogni passaggio sui social sono esercizi concreti. E qui prendo posizione: non credo che dobbiamo tornare indietro, ma possiamo riadattare alcune pratiche perdute.
Questo non è un invito al silenzio emotivo. È, piuttosto, il riconoscimento che alcune capacità si costruiscono fuori dalle stanze dei like: nel fare, nel sbagliare, nell’attendere. Chi è nato negli anni 60 e 70 non ha inventato la resilienza ma l’ha accumulata come chi accumula legna in vista dell’inverno.
Non tutto è trasferibile ma alcuni gesti sono insegnabili
Non si possono trasferire interi contesti storici, ma si possono insegnare pratiche. Far riparare piuttosto che buttare. Fare una cosa alla volta. Parlare faccia a faccia quando serve. Queste sono abitudini che richiedono tempo e la volontà di resistere all’attrazione della gratificazione immediata. Sono esercizi che sgonfiano un nervosismo sociale che oggi rischia di confondere difficoltà con catastrofe.
Conclusione aperta
Se gli anni 60 e 70 hanno prodotto persone resilienti non è stato per una formula magica ma per l’accumulo di piccole condizioni. Non voglio idealizzare un decennio né ignorarne i limiti. Ma credo che, come nella buona cucina, alcune tecniche artigianali valgano la pena di essere riscoperti e adattati. Oggi la parola resilienza è di moda e ha trovato un posto in manuali e ricerche. Ma le sue radici possono ancora essere studiate nelle mani che riparano, nelle parole non dette e nella pazienza di chi sa aspettare.
| Idea chiave | Spiegazione sintetica |
|---|---|
| Resilienza pratica | Si sviluppa con esperienze concrete di gestione del problema non con slogan |
| Apprendimento contestuale | Il contesto sociale degli anni 60 e 70 ha allenato abilità specifiche |
| Ambivalenza | La stessa capacità di reggere può diventare ostacolo se impedisce di chiedere aiuto |
| Trasferibilità | Alcune pratiche sono insegnabili e adattabili ai tempi digitali |
FAQ
Perché la generazione di quegli anni sarebbe piú resiliente?
Perché giovani e adulti di quel periodo hanno sperimentato più spesso lincertezza senza strumenti digitali che consentissero sollievo immediato. Laccumulo di piccole difficoltà allenava la tolleranza alla frustrazione e la capacità di mettere in prospettiva gli eventi. Questo non significa che la resilienza sia esclusiva di una generazione ma che certe condizioni la favoriscono.
Questa osservazione vale per tutti i paesi?
Non uniformemente. Contesti economici sociali e culturali diversi producono effetti diversi. Le esperienze di chi è cresciuto in aree con forte rete comunitaria saranno diverse da chi è cresciuto in contesti fragili o violenti. Il mio argomento riguarda una tendenza osservabile nelle classi medie dei paesi occidentali ma va sempre contestualizzata.
Possono i giovani apprendere queste abitudini oggi?
Sì in parte. Alcune pratiche come la pazienza strategica la riparazione e la capacità di concentrazione possono essere allenate deliberatamente. Non si tratta di recuperare un passato ideale ma di scegliere comportamenti che moderino limpulsivitá indotta dallambiente digitale.
Resilienza significa non chiedere aiuto?
No. Qui cè un punto essenziale che voglio sottolineare. La resilienza autentica include la capacità di riconoscere il momento in cui la situazione richiede intervento esterno. La generazione in questione ha a volte confuso autonomia con autosufficienza. La sfida contemporanea è combinare la capacità di reggere con una cultura che sappia chiedere aiuto quando serve.
Come capire se la mia reazione è resiliente o semplicemente rassegnata?
La resilienza mantiene la capacità di cambiare rotta e cercare soluzioni. La rassegnazione è spesso passiva e priva di sperimentazione. Se la risposta a un problema è ripetere gesti senza valutare altre opzioni probabilmente si è più nella rassegnazione che nella resilienza attiva.
Ci sono rischi nello idealizzare questa resilienza storica?
Sì il rischio è dimenticare i costi emotivi e sociali che alcune norme del passato hanno imposto. Idealizzare impedisce una lettura critica. Meglio apprendere selettivamente e con consapevolezza critica.

