Nella mia esperienza di chi ha cresciuto figli e scritto di benessere alimentare e familiare incontro spesso lo stesso sospetto: che i bambini di ieri fossero più robusti emotivamente. Questa frase non è solo nostalgia. Cè un insieme di pratiche quotidiane e di contesti sociali degli anni 60 e 70 che hanno plasmato modalità di regolazione emotiva ancora riconoscibili oggi. Non dico che fosse tutto perfetto. Dico però che alcune routine e certi limiti hanno agito come esercizi pratici di autoregolazione che non si insegnano facilmente nelle scuole di psicologia moderna.
Non era resistenza ma allenamento lento
La vita familiare in molte parti dItalia di quel periodo aveva una qualità ripetitiva e prevedibile. I bambini imparavano a muoversi dentro tempi rigidi e improvvisazioni limitate. Per qualcuno questo suona severo. Per me ha lo stesso valore di un corso di tecnica: ripetizione e feedback immediato. Se piangevi a tavola non sempre arrivava la consolazione automatica. Non perché i genitori non volessero bene ma perché linterazione stessa dettava la scala delle priorità. Quellordine quotidiano richiedeva ai bambini di modulare l’intensita della richiesta emotiva per ottenere qualcosa di concreto. La capacità di modulare la domanda emotiva è ancora oggi un fondamento della regolazione.
Esperienze sociali che contano
Essere figli in quartieri dove si giocava in strada implicava regole non scritte e correzioni immediate da parte dei pari. I conflitti venivano risolti spesso senza lintervento adulto. Questo non significa che fosse meno doloroso. Però i bimbi si trovavano a negoziare regolazioni emozionali in diretta: rabbia, vergogna, orgoglio. Era un laboratorio sociale continuo e pratico. Per qualche individuo questo si traduce in resilienza. Per altri in ferite invisibili. Non è una ricetta universale ma è un tassello spesso trascurato dai discorsi moderni.
Autorità e confini: limiti che insegnano
Gli adulti di allora decretavano confini chiari. Non sempre erano spiegati con molta empatia. Spesso erano ribaditi con frasi secche. Di nuovo non difendo gli abusi né lindifferenza. Ma quando i confini sono coerenti, il bambino apprende una mappa del mondo emotivo: cosa è accettabile, quando cercare aiuto e quando arrangiarsi. Questa mappa favella il meccanismo di scanning emotivo: riconoscere il segnale interno e decidere una risposta. Oggi molti ambienti domestici oscillano tra iperprotezione e imprevedibilità e generano segnali contrastanti che complicano l’apprendimento della regolazione.
La parola che manca
In molte famiglie di quel periodo non si parlava molto di emozioni con nomi precisi. Eppure si praticava una sorta di coaching emotivo implicito: racconti serali, consigli sparsi, rimproveri che contenevano lezioni di autocontrollo. Vale la pena notare che l’assenza di un linguaggio esplicito non significa assenza di socializzazione emotiva. Chi ha vissuto quegli anni spesso conserva la capacità di tradurre uno stato interiore in azione concreta più che in parole perfette.
James J. Gross Professor of Psychology. University of California Berkeley. La regolazione emotiva si costruisce nel tempo attraverso pratiche quotidiane dove famiglia scuola e cultura creano condizioni di apprendimento ripetute e coerenti.
Tecniche semplici che funzionavano
Non parlo di tecniche psicoaccademiche. Parlo di gesti: aspettare il proprio turno al banco del mercato, finire il pasto prima di uscire, tornare a casa a una certa ora. Questi non sono regole astratte ma esercizi connessi alla capacità di tollerare frustrazione e di rimandare la gratificazione. La regolazione emotiva si costruisce così, goccia dopo goccia. Personalmente ho visto adulti nati in quegli anni usare ancora oggi la capacità di rimandare come strumento di gestione dello stress. Non è magia. È abitudine lunga decenni.
Ruolo della comunità
Il vicino che sorprendesti a guardare i figli di altri, la nonna che rimandava la dolcezza fino al momento giusto: la comunità offriva modelli diversi. La pluralità di adulti attorno a un bambino amplificava opportunità di apprendimento. Oggi la sorveglianza è spesso concentrata in poche figure adulte e in dispositivi digitali. La diversità delle risposte emotive diminuisce e con essa la gamma di modelli osservabili.
Cosa resta utile e cosa invece non riproporre
Ritengo che non dobbiamo romanticizzare. Gli anni 60 e 70 avevano problemi reali: meno ascolto psicologico, ruoli rigidi, situazioni di povertà e ingiustizie. Però alcune strutture pratiche di quella infanzia possono essere riconsiderate senza tornare indietro. La chiave sta nella ritualità salutare e nella coerenza relazionale. Non confondiamo coerenza con rigidità. La prima offre previsione. La seconda reprime.
Un invito personale
Mi permetto di dire che molte famiglie moderne hanno ereditato il peggio e lasciato andare il buono. Si rincorrono approcci terapeutici e consigli virali senza valutare il tessuto quotidiano. Se dovessi riassumere il punto in una frase semplice e forse impopolare direi: riavvicinatevi alla pratica del limite gentile. Non è un rimedio universale. È però una leva concreta per dare ai bambini esercizi di regolazione che funzionano anche da adulti.
Conclusione aperta
Non ho la pretesa di aver risolto il mistero di un intero periodo storico. Ho voluto però mettere in luce un fatto spesso trascurato: la regolazione emotiva si apprende nelle cose che sembrano banali. E le forme di quotidiano vissuto possono lasciare impronte lunghe. Non tutto di quegli anni va replicato. Ma alcune pratiche meritano attenzione e adattamento prudente. Rimane da chiedersi come prendere il meglio di quel passato senza perpetrare errori del passato. Non ho la risposta definitiva e non la voglio offrire. Preferisco che iniziamo a osservare con occhi diversi.
| Idea centrale | Perché conta |
|---|---|
| Routine prevedibili | Offrono esercizi continui di autocontrollo. |
| Confini coerenti | Insegnano mappe emotive chiare. |
| Comunità pluralista | Moltiplica i modelli di regolazione osservabili. |
| Pratiche non verbali | Allenano la modulazione emotiva senza solo parole. |
FAQ
Come facevano i genitori degli anni 60 e 70 a insegnare la regolazione senza parlarne esplicitamente?
Imparavano attraverso le azioni quotidiane e le conseguenze. Il bambino osservava reazioni coerenti ad atteggiamenti e comportamenti e formava aspettative. Questo processo implicito non è assenza di insegnamento ma un percorso diverso. A volte portava a risultati positivi e a volte a ferite non riconosciute. Non cè una regola unica qui. È importante considerare contesti e limiti individuali.
Si possono recuperare oggi quelle qualità senza tornare a pratiche datate?
Sì ma serve adattamento. Per esempio rituali di famiglia moderni che enfatizzano prevedibilitá e autonomia possono essere utili. La sfida è rendere i confini comprensibili e umani. Non è ripetere comportamenti obsoleti ma riadattare lidea di coerenza in chiave contemporanea.
Questo significa che i bambini di oggi sono meno capaci di autoregolarsi?
Non si può generalizzare. Cambiano i contesti e quindi cambiano le competenze richieste. Alcuni bambini di oggi sviluppano una regolazione sofisticata in ambienti digitali. Altri faticano per via dellinstabilità. È un cambiamento di paesaggio non necessariamente una perdita totale.
Quale ruolo ha la scuola in tutto questo retaggio generazionale?
La scuola può essere luogo di co-regolazione dove si apprendono regole collettive e si sperimentano ripetizioni sociali. Quando la scuola integra pratiche coerenti con quelle domestiche si crea un rinforzo. Quando agisce in modo dissonante si generano fratture e confusione nel bambino.
Posso usare questi spunti senza diventare autoritario?
Certamente. La differenza è tra autorità esercitata come controllo e confini esercitati come guida. Il primo danneggia. Il secondo struttura. È una linea sottile e pratica. Richiede spesso umiltà e capacità di ascolto più che mano dura.

